C’è un vago fascino dell’impossibile, e passione marginale per il surrealismo, nel breve documentario pubblicato su Internet dal regista e produttore Zack Grant in merito al fenomeno assai singolare che coinvolge ormai da lungo tempo un certo tratto di costa della Bretagna Francese. Penisola protesa verso il vasto spiazzo dell’oceano, dove la conduzione periodica di operazioni di pulizia è solita restituire rifornimenti per la pesca, prodotti residui ed altri oggetti misteriosi provenienti da luoghi tra cui la Florida, la Nuova Scozia e l’Islanda. Per l’effetto del fenomeno su scala planetaria noto come grande vortice del Nord Atlantico, responsabile di costruire un ponte lungo quanto l’ampio spazio vuoto tra continenti. Ed in particolari circostanze, persino le epoche pregresse nel corso dell’evoluzione della nostra storia. Fino all’epoca degli anni ’80, all’apice del merchandising per quella che potrebbe essere una delle strisce a fumetti più universali di tutti i tempi. Nessun riferimento alla politica, ai problemi della società o fattori culturali tangenti; soltanto pratiche dimostrazioni della folle imprevedibilità dell’esistenza. Attraverso i meriti di un’esistenza condivisa con un grasso e ghiotto gatto soriano arancione, che ama le lasagne e odia, per qualche ragione, i lunedì lavorativi. Il suo sguardo sornione tra le rocce seghettate, incastrato come un mitile che ha perso la strada. La sua zampa che s’incunea in mezzo ai ciottoli, accatastati ai margini del bagnasciuga. E l’intera forma fin troppo riconoscibile del personaggio, sdraiato a riscaldarsi sotto il tiepido bagliore del sole autunnale, nei dintorni del pacifico comune di Plouarzel. Tra un inspiegabile (?) groviglio di fili. Questa l’esperienza reiterata, tanto caratterizzante quanto tipica al di là dei presupposti, degli operatori volontari nell’associazione ecologista Ar Viltansoù (let. “I Ragazzi” in dialetto locale) che sul finire del decennio scorso scelsero d’includere il pupazzo nel proprio logotipo e altri materiali comunicativi, causa l’ormai celebre questione dei telefoni giocattolo facenti parte delle loro quotidiane iterazioni. Centinaia se non migliaia di questi prodotti in una zona non molto turistica né frequentata, per lungo tempo collegati ad un naufragio totalmente indefinibile, finché nel 2019 un servizio in materia dell’emittente FranceInfo non venne visto dal contadino cinquantenne René Morvan. Il quale, camminando come niente fosse fino ai responsabili della raccolta dei rifiuti, presentò il proprio singolare punto di vista: “State cercando i telefoni di Garfield? Siete fuori strada. Io so da dove vengono. Posso portarvi fin lì, se volete…”
Conoscenza che deriva dall’appartenenza generazionale al respiro e circostanze di un preciso luogo. Nonché l’iniziativa, condotta in età adolescenziale, assieme al fratello e ai loro amici, nel momento in cui copiose quantità del gadget cominciarono a comparire sulle spiagge delle loro avventurose primavere. Un oggetto a suo modo interessante, fatto produrre per la prima volta nel 1984 dalla Tyco Toys americana a Hong Kong, sulla base del principio di occhi che si aprivano al sollevamento della cornetta per poi chiudersi di nuovo la termine della conversazione telefonica. Così come riscontrato dai capi spedizione della Ar Viltansoù, ormai abituati all’entusiasmo dei membri più giovani, e non solo, ogni qual volta un pezzo di telefono veniva rinvenuto nel corso delle operazioni su spiaggia. Ciò che nessuno di loro avrebbe mai potuto immaginare, d’altra parte, era che la fonte di ogni cosa potesse trovarsi a pochi chilometri distanza, all’interno di un tipo di grotta definita gergalmente come faille, avente la forma di un’angusta spaccatura della profondità di oltre 30 metri. Ed in fondo ad essa, semi-nascosti dagli spruzzi delle onde senza posa, i pezzi perfettamente riconoscibili di un container metallico, con pezzi di plastica arancione disseminati attorno come i petali di un effimero ciliegio in fiore. Appartenenza: sconosciuta. Datazione: impossibile a causa del disfacimento e corrosione dei materiali. Eppure per la prima volta, la possibile dinamica dell’incidente appariva parzialmente chiara. Nonché la ragione per cui tali e tanti apparecchi domestici avessero continuato a comparire, ancora e ancora, lungo l’incedere degli anni senza un’apparente fine. Il che permise di catalogare il caso, quanto meno, nel preciso repertorio dei famosi spill of opportunity, perdita del carico da parte di un’odierna nave commerciale, in altri casi utilizzata a guisa di un fortuito esperimento sul campo utile a determinare il corso ed il funzionamento delle correnti marine. Particolarmente grazie all’opera dell’oceanografo Curtis Ebbesmeyer, famosamente interessatosi con la sua equipe al significativo incidente del mercantile Hansa Carrier il 27 maggio del 1990, che a causa di una tempesta incontrata a largo dell’Alaska finì per rovesciare in mare un gran totale di 21 container contenenti, tra le altre cose, 61.000 scarpe della Nike, ciascuna delle quali numerata e chiaramente riconducibile al suo particolare contesto di appartenenza. Il che permise, grazie allo sviluppo di un simulatore matematico assieme al collega Jim Ingraham, di mappare il tragitto esatto percorso da una percentuale significativa delle calzature, comparse attorno al periodo della festa del Ringraziamento sulle coste di Washington e altri stati della Costa Orientale. Varando quella stessa metodologia nuovamente utilizzata due anni dopo, in connessione allo smarrimento il 10 gennaio del 1992 di un container della nave Ever Lauriel nel Pacifico settentrionale, colmo di circa 28.800 giocattoli di gomma della serie Friendly Floatees. Tale da portare alla comparsa, in un’area della vastità di 27.000 Km, di graziose paperelle gialle per loro natura totalmente inaffondabili ed impervie all’incessante furia degli elementi.
Opportunità di approfondimento significative ma non sempre percorribili alla stessa maniera. Vedi il caso dell’onda anomala che si ritrovò a colpire la nave Tokio Express (sic.) il 13 febbraio 1997 in prossimità della Cornovaglia, rovesciando un gran totale di 4,8 milioni di pezzi delle costruzioni Lego, ironicamente appartenenti a set sulla vita marina ed avventure piratesche, conducendo alla compara di piccoli squali di plastica sulle spiagge nell’intero territorio del Nord Europa. Oggetti il cui degrado richiederà, in base a uno studio pubblicato nel 2020 sulla rivista Environmental Pollution, un periodo approssimativo di 1.300 anni. Non prima che i frammenti d’indistruttibile acrilonitrile-butadiene-stirene (la plastica nota in breve come ABS) sminuzzati in minuscoli frammenti dal trascorrere delle decadi, abbiano viaggiato attraverso l’apparato digerente d’innumerevoli specie di pesci e molluschi, per non parlare di noialtri umani.
L’attribuzione delle colpe resta d’altra parte inutile, nonché impossibile, soprattutto nel caso dei telefoni Garfield francesi, mancando l’attribuzione a una specifica casistica pregressa o l’episodio di un incidente documentato in mare. Abbiamo ormai da tempo superato il periodo storico in cui la natura era in grado di riassorbire le risultanze antropogeniche nel corso di una semplice manciata di generazioni. Allorché ogni cosa da noi costruita con la plastica, ci collega con un filo diretto al mondo incerto di coloro che dovranno ereditare il pianeta. Fin quando il gatto semi-addormentato solleverà di nuovo le pesanti palpebre, pronunciando ai consumisti la sua esortazione iconica: “Nutrimi, padrone.”


