Capitale di un paese che ha saputo fare dell’architettura avveniristica un marchio di riconoscimento nazionale, la città isolana di Abu Dhabi mette in mostra il culmine, assieme a Dubai, di una ricerca sincretistica mirata a esplicitare iterazioni innovative in ogni campo dell’ingegneria applicata, dal punto di vista ingegneristico e quello architettonico allo stesso tempo. Il che non implica per forza o necessariamente l’abbandono dei modelli persistenti, intesi come punti di riferimento culturali e stilemi trasferibili ai requisiti abitativi dei nostri giorni. Una particolare riflessione, quest’ultima, potentemente desumibile dall’evidente sagoma svettante di una coppia di “piccoli” grattacieli da 145 metri, torri accoppiate poste in essere all’inizio degli anni 2010 ma la cui caratteristica predominante resta ad oggi insuperata, costituendo un record quantitativo per quanto concerne la regolazione termica di un grande edificio. Con riferimento esplicito al sistema della mashrabiya, soluzione islamica impiegata fin dall’epoca del Medioevo, attraverso i lunghi secoli che hanno visto l’utilizzo degli spazi negativi per poter ottimizzare la quantità di luce e vento a cui è permesso penetrare nelle stanze di coloro che abitano nella relativa dimora. Ovvero il susseguirsi di finestre ostruite ad arte da un reticolo di legno, esagonale o cruciforme, piuttosto che semplici sbarre perpendicolari, posizionate strategicamente su una sorta di bovindo, per intrappolare e incanalare il vento negli spazi opportuno. Stabilendo il fuori e dentro una membrana funzionale, la cui scalabilità è commisurata chiaramente all’impiego di strutture permeabili nel quadro architettonico vigente. Ed è proprio per questo che come vincitore per il piano di sviluppo cittadino proiettato verso l’anno 2030, il committente dell’Abu Dhabi Investment Council ha scelto la proposta dello studio multinazionale Aedas, oggi AHR, nella persona del suo vicepresidente britannico Peter Oborn. Promotore in quel frangente di quanto ad oggi rappresenta ancora un unicum dell’automazione su ampia scala, tramite il coinvolgimento prospettato di una quantità notevole di progettisti: alcune fonti parlano di una squadra pari a circa 300 ingegneri. Eppur constatando nel corso della giornata l’effettivo funzionamento delle torri Al Bahr situate nella parte settentrionale dell’isola, al termine del ponte Sheikh Zayed, tale cifra appare non soltanto probabile, bensì addirittura giustificata. Mentre l’iterativa scorza di triangoli che ricoprono la loro forma cilindrica si aprono e chiudono in maniera sequenziale, come la versione futuribile di un campo di meccanici girasoli. Con una precisione che può essere soltanto l’effettiva risultanza di un approccio almeno parzialmente robotizzato…
Con un target a quanto si riporta pienamente centrato di ridurre i consumi per il raffreddamento termico di circa il 20%, con conseguente diminuzione delle emissioni di CO2 annuali di ben oltre un migliaio di tonnellate, la coppia delle Al Bahr (letteralmente: “Il Mare”) è stata dunque posta in essere con il fine trasversale di offrire una dimostrazione pratica ed al tempo stesso esplicativa, di quello che potrebbe costituire un sentiero funzionale a mitigare l’impatto ecologico sfrenato di “quel” particolare tipo di architettura contemporanea. Laddove l’effettivo funzionamento della suddetta membrana appaia in effetti condizionato dall’utilizzo di un certo tipo di materiali e frequenti opere di manutenzione tecnologica, con dispendio di risorse la cui portata appare alquanto complicata da immaginare. Per l’utilizzo, in ciascun modulo triangolare in acciaio ed alluminio circondati da uno strato di fibra di vetro rivestita in PTFE, di un meccanismo a pistone dotato di attuatore lineare, capace di aprirlo e chiuderlo come fosse un ombrello, con conseguente modifica della radiazione solare cui è permesso penetrare all’interno. Termine riferito, quest’ultimo, non alle stanze o corridoi delle torri propriamente dette, per ovvie ragioni, bensì l’intercapedine vetrata che sussiste nell’area intermedia, usata come spazio di circolazione affine alle sporgenze ornate dell’antica soluzione regionale. Un’evasione, se vogliamo, dalle rigide strutture imposte dallo stile internazionale, seppur finalizzata all’ottimizzazione di requisiti che esulano da specifici contesti geografici o situazionali. Con la precisione procedurale che può soltanto prevenire da un controllo computerizzato dell’incessante trasformazione parametrica, coadiuvata dal trascorrere delle ore e misurazione a controllo numerico dell’assalto della luce solare.
Premiata fin dall’inaugurazione del 2012 con il premio d’innovazione architettonica Emporis Skyscraper, ottenendo inoltre la prestigiosa citazione da parte del Council on Tall Buildings and Urban Habitat (CTBUH), la coppia d’edifici ha completato il trio d’onori vedendosi accreditato lo status di miglior progetto del Medio Oriente l’anno successivo in seguito alla selezione dei Middle East Architect Awards. Più lungo e tortuoso, nel frattempo, il percorso atto a raggiungere la qualifica LEED Gold per la progettazione sostenibile, originariamente prevista per l’edificio e quindi ritardata fino ad un recente 2024. Possibilmente, per la palese complessità nel replicare l’avanzata soluzione tecnica fuori dal suo pregresso contesto d’applicazione.
Ancora oggi ospitanti in larga parte uffici di alto livello, con i due inquilini principali per ciascun edificio del sopracitato Investment Council e la Al Hilal Bank in quello contrapposto, le torri vantano amenità per gli impiegati tra cui giardini pensili ai piani superiori, palestre tecnologiche e multipli auditorium. Un basamento centrale, capace di estendersi per due piani sotterranei, contiene invece un’aula conferenze e spazi adibiti alla preghiera, confermando ulteriormente la precipua convergenza, insuperabile nel Mondo Islamico, di fattori antichi e contemporanei.
Così gloriosamente interpretato tramite la lente dell’ingegno post-moderno, in un percorso ideale che può venire fatto risalire all’Institut du Monde Arabe di Parigi, progettato nel 1987 dall’architetto Jean Nouvel, che attraverso la sua griglia di obiettivi fotografici aveva costruito la prima versione “vivente” di una mashrabiya, sebbene su una scala decisamente meno imponente e con limiti di affidabilità a lungo termine difficili da soprassedere. Mentre l’idea di Oborn sembra proiettata, almeno in linea di principio, sull’adeguamento a proporzioni ancor più significative. Forse sperando in un impatto misurabile sull’impronta carbonifera della società indivisa. Ammesso e non concesso che la costruzione di altissimi edifici costituisca iterazione totalmente necessaria dei nostri giorni.


