Corazza d’oribatide, splendore tra la polvere: il più magnifico acaro dei tempi odierni

Piccoli e non visti, perpetuano la loro specie in mezzo agli angoli e i pertugi della nostra stessa esistenza. Mari di milioni di minuscole creature, troppo piccole per risultare udibili, sfuggenti e impercettibili al potere dello sguardo. Per le circostanze, non le proporzioni; poiché non sono dei batteri, questi, bensì aracnidi formati con le tipiche otto zampe, un corpo ed una testa senza occhi, ma con l’istinto calibrato per poter andare alla ricerca di una fonte di sostentamento. Che non sempre o necessariamente è, per fortuna, il sangue umano. Come vige il caso noto a chiunque viva in luoghi caldi, secchi ed assolati, ogni qual volta tornano ad uscire dalle loro tane i tipici “ragnetti” rossi dei muri, in realtà Trombidiformi della famiglia degli Erythraeidae, acclarati predatori di larve d’insetto, rifiuti organici ed altre pacifiche pietanze. Mentre giù nella foresta, in mezzo alle radici secolari, un altro tipo di parente sembra rispettare il veganismo a guisa di fitofago esclusivo, ovvero lieto mangiatore di muschi e licheni: esso è l’oribatide Conoppia palmicincta, ex-cryptostigmata, del vasto clade dei Sarcoptiformi. Una creatura caratterizzata dal possesso di una solida corazza bombata, tanto che il suo soprannome popolare è quello di “acaro-scarabeo” ancorché somigli vagamente, più che altro, ad una zecca, tra i più temuti e odiati parassiti della sua classe. Sebbene ciò che in pochi hanno l’opportunità di scorgere coi propri occhi, perché in genere distante dalla civilizzazione urbana e comunque non più grande di un quinto di millimetro, è l’aspetto singolare della loro ninfa subadulta, un mistico gioiello creato nei laboratori dell’evoluzione, stratiforme tartaruga in apparenza ricoperta di una scocca iridescente, come una chitina simile all’avorio, posseduto da una sorta di fantastica creatura degli abissi. A mostrarcela ci pensa, nel caso presente, lo YouTuber giapponese armato di strumenti macro-fotografici, Pendora, già l’autore di plurime riprese documentaristiche di quello strano mondo intorno ai nostri piedi, alla cui esistenza siamo certamente avvezzi, pur restando spesso misterioso al pari dei fondali dell’Oceano, o l’ecologia dei mostri alieni all’altro capo di un tragitto interstellare. Togli l’acqua meramente immaginata d’altra parte, e cosa resta? Nient’altro che l’aposematico, abbagliante camuffato pattern di qualcosa che non teme l’occhio di formiche, coleotteri o piccoli ragni. Perché spera, di suo conto, di riuscire in qualche modo ad abbagliarli. Tutt’altro approccio, caso vuole, rispetto alle prerogative implicite nel caso dalla forma adulta…

Raramente fotografato ed ancor più difficile da poter scrutare su Internet, fatta eccezione per le illustrazioni appartenenti a vecchi testi, come il Kunstformen der Natur di Ernst Haeckel, l’esemplare giovane dell’acaro del muschio si presenta con il proprio involucro sclerotizzato grazie a una particolare strategia di crescita: la ritensione delle exuvie, ovvero il mantenimento, a ciascuna muta nella naturale progressione del proprio scheletro esterno, di ogni strato precedente tramite l’impiego di setole specializzate, così da accrescere lo spessore funzionale di quell’utile corazza. Necessaria nel suo caso data la poca mobilità inerente, in un circolo vizioso abbandonato in seguito al raggiungimento della maturità per ambo i sessi, quando il copione del suo ciclo di esistenza vede la necessità di andare in cerca di opportunità di accoppiamento, finalizzate tramite deposizione dello spermatoforo in luoghi idonei al ritrovamento da parte della partner di giornata. Prerogativa in grado di cambiare totalmente, ed in maniera irrimediabile, le sostanziali regole della partita. Allorché il C. palmicincta, come la stragrande maggioranza degli oribatidi non partenogenetici, abbandona in modo rapido il suo vestimento, mantenendo soltanto l’ultimo strato costituito in ordine di tempo, solido, compatto e di colore rosso. Ed è allora che il piccolo acaro, comunque non maggiore di 0,2, 0,8 millimetri, assume il proprio aspetto meno accattivante, raggiungendo d’altro canto l’apice delle capacità concessogli da tale anatomia: una velocità di 1-5 millimetri al minuto, pari o simile a quella di una lumaca. Con un approccio in parte simile alla sopravvivenza, laddove per chiunque la loro cattura possa costituire un obiettivo, non è poi facile riuscire a penetrare il guscio solido. Senza contare l’efficacia dimostrata dal possesso, in molti membri di quest’ordine, di alcaloidi dal sapore sgradevole ed effetti irritanti. La stessa classe di sostanze, in effetti, prese in prestito e concentrate da talune specie di batraci tropicali inclini a nutrirsene, comunemente noti come rane (punta-di) freccia, causa la natura velenosa del muco di cui sono in genere ricoperte. Il che non toglie, nel caso di creature come l’acaro in questione, il possesso di un areale di distribuzione straordinariamente ampio, corrispondente essenzialmente all’intera macro-zona paleartica, ivi inclusa l’Europa meridionale, centrale e le isole britanniche. Nonché l’intero estendersi dell’Asia fino alle regioni dell’Estremo Oriente. Con gli avvistamenti italiani, in modo particolare, concentrati nella parte settentrionale, soprattutto in boschi e torbiere dell’area lombarda. Aventi in qualità di protagonisti soprattutto gli esemplari adulti, data l’estrema piccolezza e poca motilità delle ninfe variopinte, effettivamente apprezzabili nel proprio aspetto unicamente tramite l’impiego di un microscopio portatile, o potente obiettivo ottico come quello utilizzato da Pendora.

Creature in apparenza semplici per l’assenza di avanzati gangli cerebrali, nonché organi di acquisizione delle informazioni fatta eccezione per le setole simili ad antenne, gli acari dei diversificati ambienti sembrano aver tratto un pratico vantaggio dall’aver privilegiato le prerogative davvero importanti. Resistenza, furtività, capacità di sopravvivere in un’ampia gamma di circostanze. Moltiplicandosi fino al punto di riuscire a permeare i successivi strati sovrapposti di quel mondo condiviso, che nonostante tutto siamo inclini a definire il nostro sacrosanto e incontrastato dominio. Ma di umani non esistono 60-120.000 specie differenti. Né 200.000-500.000 individui al metro quadro, per lo meno in condizioni idonee del sostrato di riferimento.
E chi può dire quanti secoli davvero occorreranno, allo stato dei fatti attuali, perché tale moltitudine di menti si ritrovi a compiere il passo ulteriore dell’evoluzione. Magari ritrovandosi, come nel celebre teorema semi-serio della scimmia instancabile, a battere a macchina le 885.000 parole dell’Amleto shakespeariano. Frangente possibile, alquanto poco probabile, comunque mai del tutto irraggiungibile sull’asse funzionale degli eventi. Visto come l’eleganza delle soluzioni sia del tutto compatibile con lo splendore inusitato delle circostanze. Da acaro, akarui (明るい) “luminoso”. Forse il più poetico, tra i plurimi risvolti in grado di pervadere l’estetica dell’Universo stesso.

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