La trivella russa puntata verso il cuore del mondo

Tra le attrazioni turistiche più insolite della penisola di Kola, situata nell’estrema parte nord-occidentale della Russia europea, va di certo annoverato un curioso mucchio di edifici in rovina, non troppo lontano dal confine con la Norvegia. Siamo a 160 Km da Murmansk, capitale della regione, presso la cittadina di Zapolyarny, un tempo nota unicamente per la sua fabbrica di nichel, estratto dalle numerose miniere costruite dall’Unione Sovietica nei dintorni. Ma il cui nome resta associato, a partire dal 1970, ad un’impresa comprabile all’esplorazione del cosmo: la prima, ad almeno fin’ora, unica volta, in cui qualcuno ha pensato di praticare un profondo foro nella crosta terrestre. Senza altri obiettivi che riuscire a scoprire cosa si trova sotto i nostri inconsapevoli piedi, al confine con le radici stesse dei continenti. Il visitatore che dovesse giungere in questo luogo, allontanandosi da un’obelisco commemorativo di alcune delle battaglie più sanguinose della seconda guerra mondiale, giungerebbe presso una serie di edifici rovinati, tra cui ciò che resta di un’alta torre, un tempo ospitante i segmenti di quella che potremmo tranquillamente definire la trivella più ambiziosa della storia. E così camminando tra porte  rugginose, pareti scrostate e resti di apparecchiature dismesse, giungerebbe fino all’oggetto apparentemente privo di attrattive: una botola circolare, del diametro di appena 23 cm, saldamente imbullonata al pavimento sterrato. Sopra di essa, tracciata con un gessetto, la scritta di riferimento: 12.262 metri. E la mente fatica a comprendere, difficilmente può giungere ad immaginare, che se oggi qualcuno scoperchiasse quel buco, potrebbe ipoteticamente gettare un sasso. Il quale precipitando liberamente per qualche ora, rimbalzando come in un flipper primordiale, non si fermerebbe prima di un terzo della distanza che ci separa dal mare magmatico, unico responsabile della deriva dei continenti.
Oppure, forse no: del resto, simili perforazioni una volta lasciate a loro stesse tendono a modificarsi sotto l’influsso dei movimenti tellurici e l’erosione naturale del suolo. Proprio qui, è già successo nel 1984, quando una lunga pausa dovuta alla presentazione dei risultati al Congresso Internazionale di Geologia a Mosca, causò l’invisibile crollo che il 27 settembre di quell’anno avrebbe deviato il corso della chilometrica punta di foratura, disconnettendola a 7 Km di profondità. Quando tutto apparve perduto, eppure gli addetti all’operazione, senza perdersi d’animo, ricominciarono a scavare da quel fatidico punto, fermamente intenzionati a recuperare i traguardi raggiunti in quasi 15 anni di lavoro. Ed è così che li ritroviamo nel 1995, poco prima del crollo dell’Unione Sovietica, mentre spengono per l’ultima volta le potenti macchine, già sapendo che non verranno accese mai più. Figure come D. Huberman, lo scienziato in grado di raccogliere e dirigere i talenti necessari all’impresa e I. Vasilchenko, ingegnere capo e responsabile della trivellazione. Per non parlare di V. Lanei e Yu. Kuznetsov, rispettivamente addetti a geologia e geofisica, entrambi campi primari verso il raggiungimento dell’obiettivo finale. Che doveva essere, nell’idea di partenza, niente meno che la Discontinuità di Mohorovičić, il punto individuato dall’omonimo studioso della Terra croato, in cui le onde sismiche parevano sdoppiarsi e cambiare direzione, per un’evidente variazione di densità. Per motivi largamente ignoti la cui comprensione, si ritiene, potrebbe gettare luce sulla storia stessa e il futuro remoto di questo pianeta, più di qualsiasi altra scoperta relativa agli spazi mai raggiunti dalla luce splendente dell’astro solare. Se non fosse che, soltanto tre anni prima, l’impresa era stata necessariamente dichiarata conclusa, una volta incontrate temperature di lavoro inspiegabilmente superiori ai 180 gradi, sufficienti perché la punta di trivellazione, continuando a lavorare, si sarebbe surriscaldata fino a fondersi, vanificando qualsiasi sforzo di procedere oltre. E qualcuno scherzò inizialmente, affermando che il foro aveva raggiunto le porte stesse dell’Inferno. Se non che la stampa sensazionalista, e i cultori di bufale surreale, iniziarono a promuovere la notizia come reale. Così che gli scienziati giurarono, loro malgrado, di fare il possibile per non dargli ulteriori idee.

Sarebbe ingenuo pensare al pozzo di Kola come una singola linea diritta, puntata come il moto di un proiettile verso il centro stesso della Terra. A simili profondità di lavorazione, il suo percorso assomiglia maggiormente a quello di un serpente, che più volte deve tornare indietro e deviare all’incontro di strati eccessivamente resistenti.

Così la storia del Pozzo Superprofondo di Kola risulta essere la storia di un fallimento, ma anche quella di chi riuscì ad andare maggiormente vicino alla realizzazione di un obiettivo eccezionalmente desiderabile. Un viaggio letterale all’indietro nel tempo, come testimoniato dalle molte centinaia di nuclei di carotaggio custoditi presso il vicino museo di Nikel, ciascuno appartenente ad una diversa stagione pregressa di ciò che sostiene le fondamenta stesse del mondo. Fino ai pezzi più degni di nota, alcune rocce apparentemente indistinguibili da quelle vicine, ma la cui specifica composizione permette di farle risalire fino all’eone Archeano, datato 4.000 milioni di anni fa. Stiamo parlando, per essere chiari, di un’epoca in cui la vita non si era ancora pienamente formata sulla terra, e le creature più sofisticate risultavano essere organismi unicellulari non troppo distanti dagli odierni batteri. Ma le soddisfazioni fornite prima che il progresso dovesse necessariamente arrestarsi, non si fermarono certo a questo, includendo un vasto ventaglio di significative scoperte. Tra cui uno studio, per la prima volta basato su prove fisiche, dei diversi punti in cui le onde sismiche cambiano velocità e direzione, alle profondità di 1900, 3800, 4500 e 5100 metri, si riteneva per un passaggio dal sostrato principalmente granitico a rocce più antiche e dalla composizione misteriosa, se non che i campioni estratti dalla trivella dimostrarono come la differenza fosse principalmente dovuta ad una mera variazione della densità dei materiali. Ma ciò che avrebbe sorpreso maggiormente gli scienziati, fu la presenza di falde acquifere a profondità persino superiori, dove le precipitazioni di superficie non avrebbero mai e poi mai potuto penetrare. Eventualità a spiegazione della quale, fu proposta una sorta di compressione naturale degli stessi atomi d’idrogeno ed ossigeno, sotto il peso titanico di molti chilometri di pietra. Uno scenario precedentemente mai immaginato, all’interno del quale, inaspettatamente, furono trovate delle rocce coperte di uno strato di nitrogeno e carbonio, chiari segni dell’esistenza pregressa della vita. Aprendo le quali, fino a quelle provenienti dalla profondità di 6,7 Km, gli scienziati poterono osservare dei microfossili appartenenti a creature misteriose, la cui effettiva modalità d’esistenza risulta tutt’ora difficile da mettere in prospettiva.
Un ulteriore risultato tratto dalla creazione del pozzo, nel frattempo, fu il perfezionamento stesso delle modalità disponibili allo scopo di penetrare in profondità nella crosta della Terra, un’attività che stava, proprio in quegli anni, iniziando a dare i suoi frutti economicamente migliori. Gli ingegneri del progetto riuscirono infatti a concepire un sistema per far ruotare soltanto la punta della trivella, piuttosto che la spropositata estensione della sua intera asta di sostegno, grazie alla semplice immissione del liquido di perforazione. Il quale, fuoriuscendo al termine dalla stessa, ritornava in superficie dall’annulus (spazio interstiziale con astuccio in cemento) trascinandosi dietro alcune delle rocce più interessanti mai sottoposte a prolungati processi di studio. Che vennero messe a confronto, nelle decadi successive, con quelle raccolte sulla Luna dai due rover sovietici Lunokhod, dimostrando ciò che avevamo fondamentalmente, sempre sospettato: composizione analoga, ed un’unità materiale di fondo, tra il luogo che abitiamo ed il suo satellite, eterna sorella negli imperscrutabili vagabondaggi attraverso le oscure regioni della galassia.

I nuclei di carotaggio del pozzo di Kola furono sottoposti allo studio da parte di alcune dell menti più insigni della nazione. Quindi accuratamente etichettati, vennero riposti all’interno di apposite scatole, dove restano tutt’ora accantonati. E nessuno realmente capisce se potranno tornare mai utili, o in qualche modo rilevanti.

Lo scavo del pozzo superprofondo di Kola rappresentò un’impresa paragonabile, per portata e sforzo necessario nel tempo, a quella coéva dell’esplorazione spaziale, fondamento di una rinomata e proficua rivalità tra le due principali superpotenze delle trascorse generazioni. Anche gli Stati Uniti dal canto loro, verso l’inizio degli anni ’60, avevano elaborato un progetto simile, definito Mohole (unione di Mohorovičić e hole, cioè buco) che mirava a perforare il sottosuolo presso la costa del Messico, a largo dell’isola di Guadalupe. Se non che dopo un primo approccio sperimentale, che portò la trivella ad una profondità di appena 181 metri sotto il fondale, ci si rese conto che i costi ed i tempi sarebbero stati molto maggiori del previsto, portando l’attenzione dei finanziatori altrove. Alla creazione russa, dunque, sarebbe rimasto il primato indiscusso di buco più profondo mai scavato dall’uomo e nel contempo singolo luogo più remoto a partire dal livello del suolo (persino più di Challenger Deep, il fondo della fossa delle Marianne, situato ad “appena” 11.034 metri) finché la costruzione di alcuni pozzi petroliferi moderni, nel Qatar e presso le isole Sakhalin, non sarebbe riuscita a superarlo, ma di appena un centinaio di metri. Sembra in effetti che il gradiente di temperatura presente al di sotto del dodicesimo chilometro, allo stato attuale dei fatti, costituisca tutt’ora una barriera impossibile da superare. Tanto che in epoca più recente, per le trivellazioni di tipo scientifico condotte per lo più in contesti oceanici, non ci si è diretti che fino a metà di una simile distanza, puntando a mete più facilmente raggiungibili, ed economicamente funzionali.
Eppure l’opera di navi come la Glomar Challenger americana (1978) o la Chikyū giapponese (2012) per quanto utili ai fini scientifici, non potrebbero mai dimostrare lo stesso amore privo di compromessi e limiti nei confronti del raggiungimento di un’obiettivo distante, ovvero la ricerca della verità nascosta nel cuore stesso del mondo. Una forma, dopo tutto, di amore. Portata a destinazione mediante la versione più sinuosa e serpeggiante che la mente possa produrre a partire dalla prototipica freccia vermiglia del dio Cupido.

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