{"id":32791,"date":"2021-03-09T06:27:21","date_gmt":"2021-03-09T05:27:21","guid":{"rendered":"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/?p=32791"},"modified":"2021-03-09T06:27:26","modified_gmt":"2021-03-09T05:27:26","slug":"dallaustralia-allindia-labito-sgargiante-delle-cavallette-con-un-pessimo-sapore","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/?p=32791","title":{"rendered":"Dall&#8217;Australia all&#8217;India, l&#8217;abito sgargiante delle cavallette con un pessimo sapore"},"content":{"rendered":"\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><a href=\"https:\/\/youtu.be\/-O697KCNFt4\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"500\" height=\"313\" src=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2021\/03\/Leichardt-Grasshopper-500x313.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-32793\" srcset=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2021\/03\/Leichardt-Grasshopper-500x313.jpg 500w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2021\/03\/Leichardt-Grasshopper-768x480.jpg 768w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2021\/03\/Leichardt-Grasshopper-1536x960.jpg 1536w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2021\/03\/Leichardt-Grasshopper.jpg 1728w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>Quando nel 1845 l&#8217;esploratore poco pi\u00f9 che trentenne di origini tedesche Ludwig Leichhardt fece il suo ingresso nel plateau di Arnhem pochi anni prima di sparire misteriosamente, presso i remoti confini dell&#8217;Australia settentrionale, non tard\u00f2 a notare l&#8217;apprezzabile diffusione di una certa quantit\u00e0 di macchie rosse e azzurre tra la rigogliosa vegetazione locale. Alcune immobili, altre inclini a rapidi spostamenti diagonali, tali da portarle a collocarsi tra cespugli, sopra i tronchi e in mezzo all&#8217;erba pi\u00f9 alta di quei luoghi raramente battuti da visitatori umani. Soltanto a un&#8217;analisi pi\u00f9 approfondita, dunque, gli fu possibile identificare tali anomalie zoologiche come rappresentanti locali del grande ordine degli ortotteri, contenente alcuni dei pi\u00f9 riconoscibili, notevoli ed amati\/odiati insetti inclini ad interferire con un funzionale sfruttamento agricolo del territorio. Tipologia d&#8217;insetti particolarmente diffusa nell&#8217;intero continente d&#8217;Oceania, con oltre 2.000 specie differenti molte delle quali endemiche di questo solo vicinato del mondo; anche se, risulta opportuno specificarlo, nessuna cromaticamente eccezionale quanto quella destinata da quel giorno a portare il suo nome, cos\u00ec strettamente interconnessa alla cultura aborigena ed il repertorio artistico delle popolazioni locali. <br>Prima dell&#8217;arrivo degli Europei, infatti, questo essere veniva strettamente associato al dio della tempesta Namarrgon, raffigurato con il suo riconoscibile aspetto in mezzo alle pitture parietali risalenti alla Preistoria, mentre con le asce collocate in corrispondenza delle sue antenne colpiva le nubi durante le stagioni primaverili, scatenando i terribili acquazzoni stagionali che fino a tal punto influenzavano la vita delle trib\u00f9 locali. Stiamo in effetti qui parlando di un artropode della lunghezza media di 11 cm, per di pi\u00f9 prolifico a sufficienza da poter idealmente condizionare in modo apprezzabile la natura proprio come annunciato dalla sua colorazione aposematica, per una volta corrispondente all&#8217;arma chimica effettivamente esistente di una secrezione dal gusto sgradevole prodotta dalle ghiandole situate sulla schiena. Come apprezzabile dall&#8217;assenza di lunghe antenne sulla sua caratteristica testa conica, la cavalletta di Leichhardt appartiene al sottordine delle <em>Caelifera<\/em>, creature meno inclini rispetto alla tipica locusta africana o asiatica a forma sciami in grado di spostarsi per molti chilometri come tragiche piaghe d&#8217;Egitto. Il che ha sempre teso a farne piuttosto il soggetto occasionale di fortuiti avvistamenti, presso luoghi per lo pi\u00f9 disabitati ove erano soliti crescere i cespugli del genere Pityrodia, pianta aromatica della famiglia della menta dal caratteristico fiore tubolare. Perfettamente fornita, dal punto di vista ecologico, degli strumenti necessari a sopravvivere all&#8217;attacco reiterato di questi famelici erbivori, che dopo essere usciti dalle uova deposte nel terreno effettuano la muta e raddoppiano le proprie dimensioni fino a 7 volte, prima di giungere alla loro variopinta forma finale dell&#8217;et\u00e0 adulta. In un processo in grado di richiedere fino a cinque mesi, durante l&#8217;estate meridionale tra aprile e dicembre e che ne vede la popolazione inerentemente tenuta sotto controllo per l&#8217;insorgere di frequenti incendi stagionali. Facilmente distinguibili diventano, quindi, i maschi dalle femmine a causa di una forma pi\u00f9 piccola e snella, causa l&#8217;assenza delle uova all&#8217;interno del loro corpo, e funzionale all&#8217;abitudine frequente di restare attaccati per lungo tempo alla schiena della compagna, facendo per quanto possibile la guardia di quella che dovr\u00e0 presto diventare la loro prole.<br>Rimaste a lungo prive di una classificazione tassonomica efficace, soltanto in epoca recente queste cavallette sono state inserite all&#8217;interno della famiglia con diffusione pan equatoriale delle Pyrgomorphidae, creature dotate di alcuni aspetti comuni tra cui la conformazione dell&#8217;apparato riproduttivo, la scanalatura al centro del pronoto (parte anteriore del corpo) e le abitudini alimentari. Tanto che a molte migliaia di chilometri, presso un diverso segmento di quel puzzle geologico che era stato il supercontinente Gondwana, \u00e8 possibile trovare un suo letterale fratello separato al momento della nascita, il cui aspetto \u00e8 definibile, se vogliamo, ancor pi\u00f9 sgargiante e memorabile della variante australiana&#8230;<\/p>\n\n\n\n<!--more-->\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><a href=\"https:\/\/youtu.be\/MZ1IT7wy3l8\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"500\" height=\"313\" src=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2021\/03\/Aak-Grasshopper-500x313.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-32792\" srcset=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2021\/03\/Aak-Grasshopper-500x313.jpg 500w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2021\/03\/Aak-Grasshopper-768x480.jpg 768w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2021\/03\/Aak-Grasshopper-1536x960.jpg 1536w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2021\/03\/Aak-Grasshopper.jpg 1728w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/a><figcaption>Una cavalletta di Aak sopra il suo fiore preferito, usato tradizionalmente anche come ornamento funebre in Cambogia. Nella parte posteriore del suo corpo allungato, \u00e8 apprezzabile la presenza della schiuma tossica prodotta dall&#8217;animale.<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>Un altro nome collettivo per le cavallette di questa famiglia, nonch\u00e9 in modo particolare la sotto-categoria rilevante delle <em>Pyrgomorphinae<\/em>, \u00e8 non a caso quello di cavallette dipinte, per la loro notevole variet\u00e0 di livree individuabile nelle oltre 200 specie attualmente identificate, sebbene non sia irragionevole pensare che ne esistano persino in quantit\u00e0 superiore. Cos\u00ec che notevole rappresentante pu\u00f2 essere individuata, ai fini della nostra trattazione, nella <em>Poekilocerus pictus<\/em> o cavalletta di Aak che popola il pi\u00f9 famoso subcontinente globale, con la maggiore concentrazione nello stato dell&#8217;entroterra del Madhya Pradesh. Creature totalmente distinte dalle tristemente celebri locuste del deserto (gen. <em>Schistocerca<\/em>) responsabili di aver invaso, a pi\u00f9 riprese, la moderna capitale Delhi provenendo da Rajputana ed il Punjab, spingendosi in un famoso caso nell&#8217;immediato dopoguerra fino alla citt\u00e0 meridionale e di Agra, occasione in cui ricoprirono orribilmente l&#8217;intera amata cupola del Taj Mahal. Laddove la cavalletta dalle antenne corte, ancora una volta, si caratterizza per la sua tendenza ad abitare una singola tipologia di piante, ovvero in questo caso quelle appartenenti alla famiglia naturalmente tossica delle <em>Apocynaceae<\/em> che gli anglofoni chiamano <em>milkweed<\/em>, tra cui tale specie predilige in modo particolare la decorativa <em>Calotropis gigantea<\/em>, controparte di una proficua interrelazione simbiotica vantaggiosa per entrambi. L&#8217;eccezionale colorazione verde, celeste e a macchie gialle di quest&#8217;insetto, istintivamente associata al pericolo da parte di una vasta gamma di predatori, permette alla pianta di restare libera dall&#8217;ingombro di uccelli o piccoli mammiferi, concedendo in cambio una piccola percentuale delle proprie fronde in pasto agli esemplari di questa non eccessivamente prolifica cavalletta. Altrettanto degna di nota, nel frattempo, risulta essere la capacit\u00e0 innata di questi insetti di integrare all&#8217;interno del proprio organismo i glicosidi prodotti dalla pianta, metabolizzati in modo tale da poterli trasformare in caso di necessit\u00e0 in una sorta di muco schiumoso, capace d&#8217;indurre crisi di rigetto in chiunque possa essere tanto folle, o incauto da tentare d&#8217;ingerire la cavalletta. Test clinici piuttosto approfonditi, condotti in epoca recente, sono riusciti a dimostrare come tale sostanza possa dimostrarsi per lo meno in via teorica pericolosa anche per gli umani, facendo di un simile insetto l&#8217;unico ortottero noto che possa definirsi a tutti gli effetti velenoso. Inclini a deporre le proprie uova preso la base della pianta quindi, esattamente come i loro prossimi parenti australiani, le cavallette di Aak ne risalgono la forma attraverso le fasi successive della propria vita, finch\u00e9 soltanto al raggiungimento della maturit\u00e0 sessuale iniziano ad occupare i riconoscibili fiori di colore viola, su cui spiccano grazie allo sgargiante aspetto della propria livrea. Giustificandone la forte associazione culturale e religiosa al dio Shiva, cui si dice tali fiori vengono spesso offerti nel corso dei rituali sulla base di un passo particolarmente celebre dei Purana.<br>Insetto la cui trattazione non vuol certo offrire l&#8217;ultima parola in merito alla grande famiglia delle cavallette Pyrgomorphidae, abbastanza vasta da includere anche variet\u00e0 non aposematiche, facenti affidamento sulla semplice arma evolutiva del mimetismo. Sebbene neanche quella possa risultare parimenti efficace, quanto l&#8217;orribile esperienza vissuta da chi tenti malauguratamente di consumare i propri saltellanti colleghi, sopravvivendo a malapena, per riuscire quindi a tramandarne la terribile novella alle generazioni future&#8230;<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><a href=\"https:\/\/youtu.be\/ej4DUvtOO1k\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"500\" height=\"313\" src=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2021\/03\/Pyrgomorphinae-Grasshopper-500x313.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-32794\" srcset=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2021\/03\/Pyrgomorphinae-Grasshopper-500x313.jpg 500w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2021\/03\/Pyrgomorphinae-Grasshopper-768x480.jpg 768w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2021\/03\/Pyrgomorphinae-Grasshopper-1536x960.jpg 1536w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2021\/03\/Pyrgomorphinae-Grasshopper.jpg 1728w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/a><figcaption>Questa Pyrgomorphidae allo stato di ninfa non identificata presenta la soluzione intermedia dei <em>pois<\/em> rossi, in grado sia di renderla meno visibile che apparire strani ed innaturali, una volta visti da vicino da un eventuale predatore. L&#8217;aspetto \u00e8 simile a quello della <em>Zonocerus variegatus<\/em> del Ghana, ma siamo probabilmente in un contesto indiano.<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>Ritornato brevemente alla civilt\u00e0 dopo la sua prima grande spedizione, Ludwig Leichhardt mise assieme e catalog\u00f2 una delle pi\u00f9 incredibili collezione d&#8217;esemplari preservati d&#8217;insetti australiani. Non contento di un simile risultato, tuttavia, nel 1846 part\u00ec di nuovo verso i territori settentrionali, occasione in cui contrasse la malaria, riuscendo a salvarsi solamente grazie alla notevole competenza della sua guida aborigena, Harry Brown. Dopo essersi ripreso nel giro di un paio d&#8217;anni, per concludere il suo grande contributo al mondo della scienza, il giovane esploratore lasci\u00f2 nuovamente la sicurezza degli insediamenti civili all&#8217;inizio del 1848, assieme a un gruppo composto da quattro europei, due membri delle popolazioni indigene, 20 muli e 50 buoi. Attesi qualche mese dopo all&#8217;alto lato del Gran Deserto Sabbioso (Australia Occidentale) nessuno li avrebbe tuttavia pi\u00f9 visti, in quello che costituisce uno dei pi\u00f9 celebri e discussi misteri della storia coloniale australiana. <br>Possibile che l&#8217;uomo, prima di venire trasportato frettolosamente nella pi\u00f9 remota delle avventure, avesse incontrato nuovamente la pi\u00f9 sgargiante cavalletta delle terre selvagge? E che questa, nei suoi ultimi attimi su questa Terra, fosse riuscita in qualche modo a trasmettergli il sublime segreto dell&#8217;esistenza? Che in un certo senso quantistico e immanente, siamo tutti destinati un giorno a conoscere, con modalit\u00e0 del tutto comparabili ad un simile destino. Purch\u00e9 non rinunciamo, prima del tempo, a fare il grande salto dalla pianta e gi\u00f9 nel sottobosco, all&#8217;altro lato della siepe velenosa della verit\u00e0.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quando nel 1845 l&#8217;esploratore poco pi\u00f9 che trentenne di origini tedesche Ludwig Leichhardt fece il suo ingresso nel plateau di Arnhem pochi anni prima di sparire misteriosamente, presso i remoti confini dell&#8217;Australia settentrionale, non tard\u00f2 a notare l&#8217;apprezzabile diffusione di una certa quantit\u00e0 di macchie rosse e azzurre tra la rigogliosa vegetazione locale. 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