{"id":30080,"date":"2020-02-15T06:21:10","date_gmt":"2020-02-15T05:21:10","guid":{"rendered":"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/?p=30080"},"modified":"2020-02-15T06:28:46","modified_gmt":"2020-02-15T05:28:46","slug":"dc-x-larchetipo-del-razzo-capace-di-fare-marcia-indietro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/?p=30080","title":{"rendered":"DC-X, l&#8217;archetipo del razzo capace di fare marcia indietro"},"content":{"rendered":"\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><a href=\"https:\/\/youtu.be\/JzXcTFfV3Ls\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"500\" height=\"313\" src=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Delta-Clipper-500x313.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-30083\" srcset=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Delta-Clipper-500x313.jpg 500w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Delta-Clipper-768x480.jpg 768w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Delta-Clipper-1536x960.jpg 1536w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Delta-Clipper.jpg 1728w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Oramai \u00e8 cosa nota: le astronavi partono sempre con la punta rivolta verso il cielo. Una disposizione operativa semplicemente troppo pratica, vista la direzione della loro marcia considerata desiderabile, perch\u00e9 il decollo con modalit\u00e0 comparabili a quelle di un aereo possa in effetti sostituirla. Specie quando si considera come il carburante a bordo sia una variabile tanto problematica in termini di durata e peso. Ci\u00f2 che appare meno standardizzata, d&#8217;altra parte, \u00e8 la modalit\u00e0 del loro metodo di ritorno a portata fisica del controllo di missione: abbiamo avuto, in origine, velivoli come i grandi razzi a pi\u00f9 stadi, che una volta liberatisi di serbatoi e motori, e lasciato il carico in orbita, rispedivano soltanto lo stretto indispensabile verso Terra, a bordo di una semplice capsula dotata di paracadute. Metodologia sostituita, quindi, dall&#8217;approccio maggiormente &#8220;economico&#8221; dello Space Shuttle, versione pi\u00f9 sofisticata dello stesso metodo in cui la parte riutilizzabile era l&#8217;intero Orbiter, apparecchio alato e ricoperto da uno strato di mattoni super-refrattari, dotato di un carrello per l&#8217;atterraggio sulla convenzionale serie di ruote a noi maggiormente familiari. Mentre in epoca ancora pi\u00f9 recente, soprattutto grazie al programma portato avanti dall&#8217;azienda americana di Elon Musk, SpaceX abbiamo fatto la conoscenza attraverso innumerevoli video su Internet con il terzo approccio, ragionevolmente considerato quello dotato di maggiori presupposti di efficienza. Il dato che potrebbe esservi sfuggito tuttavia, a tal proposito, \u00e8 che l&#8217;atterraggio di un&#8217;astronave in posizione diritta, come una versione fatta andare al contrario di un video del suo stesso decollo, ha in realt\u00e0 un&#8217;origine relativamente remota, rintracciabile fino al 1991. Ispirata alla penna di un autore di fantascienza e messa in opera, dai massimi vertici del governo statunitense, per uno dei bisogni pi\u00f9 essenziali immaginabili: garantire, attraverso acque particolarmente turbolente, la propria stessa sopravvivenza.<br>\u00c9 ricorrente nella storiografia moderna il concetto secondo cui la creazione della bomba all&#8217;idrogeno nel 1952 abbia contribuito sensibilmente alla creazione dello stato d&#8217;equilibrio identificato on l&#8217;acronimo MAD (Distruzione Mutua Assicurata) garantendo <em>de facto<\/em> l&#8217;impossibilit\u00e0 di muoversi militarmente contro i propri rivali nazionali pi\u00f9 forti, pena l&#8217;innesco di una situazione di conflitto a seguito della quale, con la massima probabilit\u00e0, sarebbe stata obliterata la maggior percentuale della popolazione umana. Il che deriva in effetti dalla cognizione ottimistica, sostanzialmente corretta, secondo cui i potenti del mondo siano maggiormente inclini a preservare piuttosto che distruggere, difendere piuttosto che dimostrare a tutti la propria superiorit\u00e0, indipendentemente dalle conseguenze a cui ci\u00f2 potrebbe portare. In tale ottica interpretativa, ergo, non soltanto il conseguimento di una difesa perfetta potrebbe costituire il primo passo verso il sovvertimento di uno stato di equilibrio, bens\u00ec l&#8217;effettivo gesto ostile verso tutti coloro che dall&#8217;altra parte del &#8220;muro&#8221; (per non parlare del vero e proprio Muro) erano intenti a contare le proprie testate come fossero pillole contro una malattia impossibile da guarire. E fu proprio quella l&#8217;idea di partenza che avrebbe portato Ronald Reagan, il 23 marzo del 1983, a dare inizio al programma SDIO (Strategic Defense Initiative) passato alla storia maggiormente con il termine derogatorio del senatore democratico Ted Kenney, progetto &#8220;Guerre Stellari&#8221;. Nient&#8217;altro che un sogno comparabile a quello attuale di Donald Trump, che avrebbe creato su carta &#8220;il quarto comando delle Forze Armate&#8221; per difendere lo spazio  da eventuali attacchi portati dalle altre superpotenze globali; finalizzato principalmente al tempo, cos\u00ec come adesso, all&#8217;eventuale intercettazione di missili lanciati dall&#8217;arbitraria parte orientale del mondo. Un qualcosa che avrebbe richiesto, imprescindibilmente, la versione maggiormente pratica di una porta d&#8217;accesso alle alterne strade delle orbite soprastanti&#8230;<\/p>\n\n\n\n<!--more-->\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><a href=\"https:\/\/youtu.be\/z46RiuZvh6c\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"500\" height=\"313\" src=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Delta-Clipper-Test-500x313.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-30082\" srcset=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Delta-Clipper-Test-500x313.jpg 500w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Delta-Clipper-Test-768x480.jpg 768w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Delta-Clipper-Test-1536x960.jpg 1536w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Delta-Clipper-Test.jpg 1728w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/a><figcaption>Apparentemente del tutto innovativo, il concetto del reimpiego del Delta Clipper derivava in effetti da un&#8217;adattamento dei primi aerei a decollo verticale (VTOL) dotati di un assetto comparabile al termine delle proprie missioni operative.<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dal punto di vista estetico, il mezzo ipotizzato nel 1989 dall&#8217;ingegnere della McDonnell Douglas,\u00a0Max Hunter ed a quanto pare con il contributo indiretto dello scrittore e polimata Jerry Pournelle, autore di molti romanzi di genere assieme al celebre Larry Niven, somigliava essenzialmente al proiettile di un ponderoso fucile anticarro. Espressione pratica delle cognizioni necessarie all&#8217;epoca per creare un velivolo SSTO (Singolo Stadio Fino all&#8217;Orbita) esso venne presentato al vice-presidente di George H. W. Bush e capo del Consiglio Nazionale per lo Spazio Dan Quayle, ottenendo subito una riposta di tipo chiaramente positivo. Appariva in effetti assolutamente innegabile che al fine di mettere in orbita contromisure valide a intercettare eventuali missili o satelliti sovietici, dovesse servire un qualche tipo di via d&#8217;accesso pratica, economicamente riutilizzabile e funzionale agli spazi iperborei superiori ai confini pi\u00f9 estremi dell&#8217;atmosfera terrestre. Ed il Delta Clipper X, nome nato dall&#8217;amalgama dell&#8217;acronimo usato per gli aerei di linea della Douglas (DC) e la lettera X, da sempre usata per gli aerei sperimentali statunitensi, appariva sotto tutti i punti di vista come la risposta ideale ad una simile esigenza: costruito largamente con componenti standard, fatta eccezione per la carlinga stessa e dotato soprattutto dei carrelli, la strumentazione di bordo e una dottrina d&#8217;impiego tale da permettergli, a missione compiuta, di salvarsi nella sua funzionale interezza, tornando a posarsi in maniera perfettamente eretta nel punto esatto da cui era partita. Il che gli avrebbe permesso, almeno in linea di princ\u00ecpio, di partire nuovamente dopo un tempo variabile tra i 3 e i 7 giorni. O almeno, questa era la teoria: perch\u00e9 tutto appare possibile, finch\u00e9 le proprie idee di partenza non si scontrano con gli effettivi problemi dell&#8217;impietoso mondo soggetto agli schemi e i capricci della natura.<br>La prima versione dimostrativa del Delta Clipper, dunque, venne costruita soltanto due anni dopo, per un lancio che sarebbe stato effettuato il 18 agosto del 1993. Si trattava di un prototipo in scala 1 a 3 capace di raggiungere appena qualche migliaia di metri di altitudine, costruito con la collaborazione della Scaled Composites, dotato di enormi flap di atterraggio, sistema di controllo remoto e quattro &#8220;zampe&#8221; retrattili di atterraggio, fatte funzionare grazie a un sistema pneumatico basato sul gas elio. L&#8217;idea d&#8217;impiego durante la fase d&#8217;atterraggio in effetti, partiva da un concetto piuttosto insolito, che avrebbe visto il dispositivo restare puntato nella direzione di marcia fino alle ultime fasi quando, sfruttando le sue ottime superfici di controllo, si sarebbe voltato infine verso il suolo, al fine di posarsi a terra nella maniera desiderata. Una scelta decisamente contro-intuitiva, laddove mantenersi invertito durante il rientro avrebbe offerto migliori prospettive di assorbimento termico, motivata dal bisogno di una maggiore manovrabilit\u00e0 e rapidit\u00e0 di recupero, considerate essenziali in eventuali futuri scenari di guerra. I voli effettuati nel corso di questa iterazione, dunque, sarebbero stati otto fino a luglio del 1995, quando un atterraggio eccessivamente brusco avrebbe causato la rottura della carlinga esterna, portando il progetto a una temporanea (?) interruzione dei test&#8230; Ma il peggio, in effetti, doveva ancora venire.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><a href=\"https:\/\/youtu.be\/hfvamUc3UW0\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"500\" height=\"313\" src=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Delta-Clipper-Accident-500x313.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-30081\" srcset=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Delta-Clipper-Accident-500x313.jpg 500w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Delta-Clipper-Accident-768x480.jpg 768w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Delta-Clipper-Accident-1536x960.jpg 1536w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Delta-Clipper-Accident.jpg 1728w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/a><figcaption>Di missili che si adagiano lentamente di lato al fallimento del proprio atterraggio, per poi esplodere clamorosamente, ne abbiamo visti parecchi anche grazie al celebre montaggio <a rel=\"noreferrer noopener\" aria-label=\"pubblicato dallo stesso Musk (opens in a new tab)\" href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=bvim4rsNHkQ\" target=\"_blank\">pubblicato dallo stesso Musk<\/a>. Ci\u00f2 che conta in ultima analisi, dopo tutto, \u00e8 riuscire a rialzarsi. E non sempre ci\u00f2 appare altrettanto facile&#8230;<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Accantonato dalla McDonnel Douglas per mancanza di fondi, il DC-X venne quindi acquistato dalla NASA e ribattezzato con la lettera addizionale di &#8220;A&#8221; (probabilmente per Avanzato), fermamente intenzionata a portare a compimento l&#8217;idea di Max Hunter e Pournelle. Profondamente modificato a partire dal 1995, il velivolo venne dotato di serbatoi pi\u00f9 capienti e leggeri e un sistema di controllo di volo dalle reazioni pi\u00f9 rapide fornito dalla Aerojet, che avrebbe permesso a sole tre persone di mantenere il controllo totale dell&#8217;apparecchio. Nell&#8217;estate dell&#8217;anno successivo quindi, presso la base del Nuovo Messico di White Sands venne finalmente dimostrata la rapidit\u00e0 di reimpiego con un decollo tra il secondo e il terzo della serie a distanza di sole 26 ore. Entro il 31 di quello stesso fatidico luglio, tuttavia, i vertici del comando di missione vollero fare il passo ulteriore di una quarta partenza, destinata ad andare incontro al pi\u00f9 irrimediabile dei disastri: una delle zampe di atterraggio, infatti, manc\u00f2 di estendersi causando la caduta rovinosa del razzo, con conseguente esplosione ed incendio. Che prima di essere spento, avrebbe causato danni tali da impedire una potenziale riparazione futura del mezzo.<br>Ora la storia dell&#8217;esplorazione spaziale, come sappiamo fin troppo bene, \u00e8 frutto d&#8217;innumerevoli fallimenti e qualche eccezionale, rivoluzionario trionfo. Il che permette di comprendere facilmente come la quantit\u00e0 di fondi a disposizione, per tentare ancora e poi di nuovo sulla via di un potenziale margine di miglioramento, risulti semplicemente essenziale per conseguire il tipo di risultati considerati auspicabili nella maggior parte dei casi. E forse si tratt\u00f2 del mutamento politico degli uomini al comando, piuttosto che uno spostamento degli obiettivi a seguito della fine della guerra fredda: fatto sta che il Delta Clipper, a conti fatti, non avrebbe mai pi\u00f9 volato a seguito dell&#8217;incidente. Lasciando l&#8217;eredit\u00e0 dei razzi pi\u00f9 volte riutilizzabili nelle sicure mani di un diverso approccio realizzativo, quello di grandi e potenti compagnie private, molto pi\u00f9 difficili da sviare nell&#8217;attribuzione delle proprie priorit\u00e0 pluriennali. Le quali potrebbero oggi custodire, nella chiara verit\u00e0 dei fatti, le sole chiavi rimaste per avventurarci oltre l&#8217;invalicabile porta dei Cieli.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Oramai \u00e8 cosa nota: le astronavi partono sempre con la punta rivolta verso il cielo. Una disposizione operativa semplicemente troppo pratica, vista la direzione della loro marcia considerata desiderabile, perch\u00e9 il decollo con modalit\u00e0 comparabili a quelle di un aereo possa in effetti sostituirla. 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