{"id":30060,"date":"2020-02-12T06:16:46","date_gmt":"2020-02-12T05:16:46","guid":{"rendered":"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/?p=30060"},"modified":"2020-02-12T06:16:52","modified_gmt":"2020-02-12T05:16:52","slug":"il-mistero-dellidrovolante-piu-famoso-nella-storia-dellanimazione-giapponese","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/?p=30060","title":{"rendered":"Il mistero dell&#8217;idrovolante pi\u00f9 famoso nella storia dell&#8217;animazione giapponese"},"content":{"rendered":"\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><a href=\"https:\/\/youtu.be\/AzpjXU7FTso\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"500\" height=\"313\" src=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Macchi-M33-500x313.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-30061\" srcset=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Macchi-M33-500x313.jpg 500w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Macchi-M33-768x480.jpg 768w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Macchi-M33-1536x960.jpg 1536w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Macchi-M33.jpg 1728w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>Da qualunque lato la si osservi si tratta di una storia semplice, quasi una fiaba per bambini. C&#8217;\u00e8 un eroe creato dalle circostanze, con un difficile passato. C&#8217;\u00e8 l&#8217;amore di una donna, lasciato in bilico fino all&#8217;ultima scena. C&#8217;\u00e8 il rivale ma nessun &#8220;cattivo&#8221;, fatta eccezione in senso lato per l&#8217;ideologia dei tempi, destinata ad essere resa obsoleta dalla storia. Ci\u00f2 che rende, invece, memorabile il lungometraggio Porco Rosso, tra le opere di uno Studio Ghibli\/Hayao Miyazaki all&#8217;apice del loro fulgore internazionale (1992) \u00e8 l&#8217;attenzione infusa nei dettagli maggiormente minuziosi di un&#8217;ambientazione tanto inusuale, specie nel suo ambiente mediatico d&#8217;appartenenza: il Mar Adriatico e le sue isole verso la fine degli anni &#8217;20, quando la grande depressione stava per incombere sopra testa di un&#8217;economia  portata fino al limite pi\u00f9 estremo di sopportazione. Eppure per quanto i numerosi riferimenti alla storia dell&#8217;aviazione di quei tempi, in aggiunta alla resa sempre ineccepibile di ambienti e costumi appaiano garantiti dal consueto impianto di ricerca straordinariamente approfondito, appare certamente lecito interrogarsi in merito a cosa, esattamente, stesse pilotando nel film l&#8217;aviatore protagonista Marco Pagot, i cui lineamenti appaiono, in maniera programmatica, del tutto indistinguibili da quelli di un suino antropomorfizzato (in un esempio antologico dello stile d&#8217;illustrazione giapponese che prende il nome di <em>kemono<\/em> &#8211;  \u30b1\u30e2\u30ce, bestialit\u00e0). Velivolo che sembrerebbe possedere, nei fatti, il nome ed il cognome di un idrovolante realmente esistito, il Savoia S.21, bench\u00e9 ci\u00f2 costituisca gi\u00e0 nei fatti, una (probabilmente) voluta inesattezza: l&#8217;azienda recante il nome della casa reale d&#8217;Italia, che avrebbe continuato a utilizzare tale stile di nomenclatura ancora per parecchi anni, aveva infatti all&#8217;epoca di quel modello (1921) ancora il nome di SIAI (Societ\u00e0 Idrovolanti Alta Italia). E tutto questo non \u00e8 ancora nulla, quando ci si approccia effettivamente a una ricerca tecnologica sull&#8217;apparecchio: l&#8217;S-21 era infatti, contrariamente all&#8217;aereo pilotato dal maiale titolare, un biplano. E bench\u00e9 fosse a quanto pare dipinto di rosso esattamente come nell&#8217;opera d&#8217;ingegno giapponese, una caratteristica difficilmente apprezzabile nelle fotografie in bianco e nero co\u00e9ve, le ulteriori somiglianze sembrerebbero fermarsi al posizionamento insolito del motore, tipico in quegli anni, nella configurazione cosiddetta &#8220;a castello&#8221; ovvero in alto sopra la carlinga, con una serie di supporti verticali paragonabili all&#8217;impianto di un&#8217;esposizione museale. Per trovare quindi l&#8217;effettivo ispiratore del maestro dei disegni animati occorre ripercorrere una la storia di una celebre serie di competizioni, e i leggendari piloti che furono in grado di parteciparvi, che erano iniziate nel 1913 presso il Principato di Monaco, grazie al finanziamento e l&#8217;entusiasmo del magnate della finanza francese Jacques Schneider. Il cui trofeo, simboleggiato da una coppa recante la scultura in stile Liberty di una serie di spiriti del vento e delle acque incluso il dio Nettuno, si sarebbe accompagnato per i successivi 18 anni al premio cospicuo di 1.000 sterline, per l&#8217;azienda che si fosse dimostrata la migliore nel superare un&#8217;ardua serie di prove tecnologiche. Inerentemente capaci di dimostrare un qualcosa di cui quest&#8217;uomo era convinto: che il futuro dell&#8217;aviazione avrebbe tratto giovamento, senz&#8217;alcun dubbio, dai vasti mari e gli altri specchi d&#8217;acqua di questa Terra. Perch\u00e9 la natura ci aveva donato la miglior pista di atterraggio e decollo immaginabile, e sarebbe stato semplicemente una sciocchezza, mancare di utilizzarla&#8230;<\/p>\n\n\n\n<!--more-->\n\n\n\n<p><strong>Nota<\/strong>: il video di apertura mostra un modello telecomandato del Macchi M.33, creato e pilotato dall&#8217;appassionato di modellismo Graeme.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><a href=\"https:\/\/youtu.be\/Pwnf_ow5bL8\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"500\" height=\"313\" src=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Macchi-M39-500x313.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-30062\" srcset=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Macchi-M39-500x313.jpg 500w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Macchi-M39-768x480.jpg 768w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Macchi-M39-1536x960.jpg 1536w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Macchi-M39.jpg 1728w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/a><figcaption>Il &#8220;rosso da corsa&#8221; sarebbe sempre rimasta una costante della maggior parte delle partecipazioni italiane a competizioni di natura tecnologica, come dimostrato dal singolo esemplare di Macchi M.39 esposto presso il Museo dell&#8217;Aeronautica Militare di Vigna di Valle.<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>Il concetto di atterrare e decollare dall&#8217;acqua aveva d&#8217;altra parte sempre appassionato gli aviatori delle origini, fin da quando l&#8217;austriaco Wilhelm Kress aveva tentato di costruire, nel remoto 1898, il fallimentare idrovolante Drachenflieger, dotato di motori insufficienti al decollo e destinato ad affondare per il malfunzionamento di uno dei suoi galleggianti. Il primo a riuscire nell&#8217;impresa sarebbe invece stato il francese Henri Fabre nel 1910, soli 7 anni dopo l&#8217;epocale decollo dei fratelli Wright. Dovete considerare, a tal proposito, la limitata affidabilit\u00e0 dei motori utilizzati all&#8217;epoca, capaci di costringere i piloti a ricercare con urgenza un qualsivoglia luogo ove fermarsi ed apportare le riparazioni dovute, finalit\u00e0 per cui la grande quantit\u00e0 di mari e laghi facenti parte del patrimonio paesaggistico del nostro pianeta appariva come un&#8217;approccio quanto mai invitante e risolutivo. Schneider, quindi, stanzi\u00f2 i fondi per la sua competizione non tanto in cerca di un ritorno d&#8217;investimento immediato, quanto per la fervida, nonch\u00e9 giustificata convenzione, che un valido incentivo in tale campo avrebbe portato a significativi avanzamenti nel campo dell&#8217;aviazione civile &amp; militare (l&#8217;azienda di famiglia, d&#8217;altra parte, era tra i maggiori produttori d&#8217;armamenti francesi). Ulteriori tre anni dopo l&#8217;impresa di Fabre, quindi, il regolamento sarebbe stato proclamato a Monte Carlo: gli aerei partecipanti avrebbero dovuto attraversare la linea di partenza sulle onde della riviera, continuare navigando per un minimo di 4 Km e oltrepassare il traguardo volando, al termine di un tragitto di 270 Km dalla forma triangolare. Impresa cui parteciparono un inglese e tre francesi, tra cui il celebre Roland Garros (da cui lo stadio ed il torneo di tennis) ma che sarebbe stata vinta da Maurice Prevost, a bordo del suo formidabile Deperdussin. Per rintracciare l&#8217;origine dell&#8217;aereo di Porco Rosso tuttavia, \u00e8 necessario avanzare fino all&#8217;epoca della prima partecipazione italiana che sarebbe giunta dopo alcune edizioni nel 1919, con Guido Janello a bordo del suo biplano Savoia S.13 gi\u00e0 dotato della caratteristica configurazione a castello, con motore Isotta-Fraschini da 250 cavalli. Un aereo che, dopo il ritiro per problemi tecnici dei tre concorrenti inglesi, avrebbe tagliato da solo la linea del traguardo, soltanto per vedersi squalificato a causa de &#8220;la nebbia che aveva impedito il cronometraggio regolamentare.&#8221; Il che avrebbe portato, l&#8217;anno successivo e come consolazione per i nostri connazionali, a far tenere la gara nella laguna di Venezia, dove l&#8217;unico partecipante Luigi Bologna avrebbe portato a casa il premio pilotando un comparabile Savoia S.12. L&#8217;edizione del &#8217;21 quindi, sempre tenuta presso l&#8217;iconica citt\u00e0 sull&#8217;acqua, avrebbe visto di nuovo un trionfo italiano, con Giovanni de Briganti a bordo del quasi riconoscibile Macchi M.7 bis. Gli effettivi aerei collegati all&#8217;avventura di Marco Pagot, tuttavia, non avrebbero mai trionfato nella competizione di Schneider, costituendo il fornitore del nome (S.21) una proposta destinata a venire squalificata nell&#8217;edizione del &#8217;21 per irreperibilit\u00e0 del pilota, mentre i due esemplari dell&#8217;effettivo ispiratore del design (Macchi M.33) avrebbero incontrato seri problemi tecnici nell&#8217;edizione del 1925, consentendo la vittoria all&#8217;americano James Doolittle a bordo del suo Curtiss R3C-2 (aereo che avrebbe prestato il nome, tra l&#8217;altro, al principale antagonista e rivale del protagonista di Miyazaki). Per poter assistere nuovamente a una vittoria italiana, quindi, sarebbe stato necessario aspettare fino al 1926 con l&#8217;edizione di Hampton Roads, negli Stati Uniti, grazie alla storica performance di Mario de Bernardi, con il suo Macchi M.39, un monoplano con motore Fiat AS.2 V12 raffreddato a liquido, in grado di raggiungere i 439 Km orari.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><a href=\"https:\/\/youtu.be\/KfiU334Nog4\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"500\" height=\"313\" src=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Savoia-S55-500x313.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-30063\" srcset=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Savoia-S55-500x313.jpg 500w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Savoia-S55-768x480.jpg 768w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Savoia-S55-1536x960.jpg 1536w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2020\/02\/Savoia-S55.jpg 1728w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/a><figcaption>Nell&#8217;estate del 1923, poco dopo l&#8217;inizio del ventennio fascista, gli idroplani con motore a castello sarebbero diventati un simbolo del regime soprattutto grazie al ponderoso aerosilurante Savoia S.55, qui portato in un tour di propaganda presso diverse destinazioni nordafricane.<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>I caotici ed imprevedibili anni del trofeo Schneider avrebbero quindi, come sperato dal suo titolare, indotto a un formidabile balzo in avanti nel campo della progettazione aeronautica, bench\u00e9 molti dei velivoli fossero concepiti secondo metodologie particolarmente funzionali allo scopo effettivo di trionfare in esso: diversi dei modelli, ad esempio, presentavano un profilo aerodinamico capace di favorire le curve a sinistra, dell&#8217;unico tipo previsto dalla competizione. Gli standard particolarmente elevati della gara, tuttavia, avrebbero favorito la formazione di figure fondamentali per la storia dell&#8217;ingegneria come Reginald J. Mitchell, il progettista inglese dei modelli Supermarine che avrebbero vinto per tre volte di seguito a partire dal 1927, costituendo il banco di prova per il futuro caccia Spitfire, destinato a cambiare in maniera apprezzabile l&#8217;esito di quella stessa battaglia che aveva combattuto, sugli schermi a cartoni animati, l&#8217;eroico maiale Marco Pagot. Altri espedienti messi a frutto per questa rombante kermesse, il cui premio in denaro costituiva poco pi\u00f9 che un dettaglio a margine dell&#8217;onore e gli ambiti allori della vittoria conseguiti per il buon nome del proprio paese, avrebbero incluso alcune delle soluzioni ingegneristiche adottate in aerei come l&#8217;americano P-51 Mustang e l&#8217;italiano Macchi C.202 Folgore, considerati due tra i migliori caccia della seconda guerra mondiale. Perch\u00e9 mai ogni cosa in ambito tecnologico, a cesura finale del nostro destino, sembra dover partire ed essere ricondotta alla guerra? Quasi come se fosse il conflitto, pi\u00f9 di ogni altra cosa, a custodire la chiave dello scrigno che contiene il necessario per compiere un grande balzo&#8230; Ed \u00e8 proprio a questo che dovrebbe servire, in ultima analisi, lo sport.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da qualunque lato la si osservi si tratta di una storia semplice, quasi una fiaba per bambini. C&#8217;\u00e8 un eroe creato dalle circostanze, con un difficile passato. C&#8217;\u00e8 l&#8217;amore di una donna, lasciato in bilico fino all&#8217;ultima scena. 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