{"id":28424,"date":"2019-06-12T06:14:31","date_gmt":"2019-06-12T04:14:31","guid":{"rendered":"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/?p=28424"},"modified":"2019-06-12T06:17:20","modified_gmt":"2019-06-12T04:17:20","slug":"geniale-scienziata-trova-un-modo-per-creare-la-plastica-dai-fichi-dindia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/?p=28424","title":{"rendered":"Geniale scienziata trova un modo per creare la plastica dai fichi d&#8217;India"},"content":{"rendered":"\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter\"><a href=\"https:\/\/youtu.be\/iKOxDhRdnj4\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"500\" height=\"313\" src=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2019\/06\/Cactus-Plastic-500x313.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-28425\" srcset=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2019\/06\/Cactus-Plastic-500x313.jpg 500w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2019\/06\/Cactus-Plastic-768x480.jpg 768w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2019\/06\/Cactus-Plastic.jpg 1728w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>Immaginate le possibilit\u00e0 offerte da un materiale straordinariamente resistente all&#8217;usura, impervio alla forza degli elementi, totalmente non permeabile e del tutto incapace di contaminare il cibo. Non c&#8217;\u00e8 bisogno di fare particolari sforzi, dato che gi\u00e0 esiste: si tratta della plastica, uno dei miracoli tecnologici del XX secolo, capace d&#8217;indurre significativi cambiamenti nella struttura e metodologie operative della societ\u00e0 umana. Provate a pensare adesso solamente per un attimo al destino di quest&#8217;ultima, in un&#8217;epoca durante cui simili sostanze, estremamente economiche e immediate da produrre, dovessero risultare al tempo stesso difficili da riciclare, smaltire o far sparire in altro modo dal ciclo ricorsivo della natura. Di nuovo, a entrare in gioco non sar\u00e0 la vostra fantasia, bens\u00ec il senso critico di chi \u00e8 capace di guardarsi intorno ed osservare il mondo per quello che realmente \u00e8. Sulla base di dove siamo, e la direzione verso cui ci sta portando la deriva degli irrimediabili eventi.  \u00c8 stato calcolato, a tal proposito, come la quantit\u00e0 di plastica prodotta a partire dagli anni &#8217;50 abbia raggiunto le 8.300 tonnellate complessive, di cui soltanto il 9% \u00e8 stato riutilizzato, mentre la rimanente parte \u00e8 finita negli oceani, sottoterra, nelle discariche o bruciato, con conseguente contributo all&#8217;accumulo di gas venefici nell&#8217;atmosfera del nostro pianeta. Il che sottintende ormai da molto tempo, nell&#8217;opinione di molti, la ricerca di un valido approccio per contenere, o quanto meno ridurre la rapidit\u00e0 peggiorativa del problema.<br>Un proposito, questo, alla base del progetto di ricerca autogestito indetto nel corso del 2018 dalla Prof.ssa Sandra Pascoe, ricercatrice di Biotecnologia presso l&#8217;Universit\u00e0 del Valle de Atemajac a Zapoata, Messico, capace di coinvolgere una buona parte dei suoi studenti ed alcuni colleghi, per la creazione di un nuovo materiale che sia al tempo stesso economico e in qualche modo meno &#8220;perfetto&#8221; dei polimeri attualmente in uso, svanendo se lasciato esposto alle intemperie o l&#8217;acqua nel giro di pochi giorni o al massimo qualche settimana. Idea nata, originariamente, grazie all&#8217;osservazione della naturale viscosit\u00e0 di una sostanza tutt&#8217;altro che rara nel suo paese d&#8217;appartenenza: il cosiddetto succo di nopal, ovvero l&#8217;estratto commestibile di piante appartenenti al genere <em>Opuntia<\/em>, comunemente identificate in Italia con il termine omnicomprensivo di fico d&#8217;India. E questo nonostante si tratti, effettivamente, di un tipo di piante provenienti proprio dal continente americano, gi\u00e0 coltivata in modo sistematico dalla civilt\u00e0 degli Aztechi. La specie pi\u00f9 comune dell&#8217;<em>O. ficus-indica<\/em> in particolare \u00e8 nota per la sua capacit\u00e0, spesso problematica, di crescere pressoch\u00e9 dovunque in Messico e l&#8217;intera parte meridionale degli Stati Uniti, invadendo spietatamente parchi pubblici, giardini e i dintorni urbani, causando non pochi problemi a chiunque ami fare scampagnate, particolarmente se accompagnato dal proprio incauto amico a quattro zampe, l&#8217;imprudente cane. Ed ecco la ragione per cui negli scorsi mesi, proprio i cladodi (foglie carnose\/spinose) di tale pianta sono stati sistematicamente spremuti e messi ad asciugare nel laboratorio dell&#8217;universit\u00e0, prima di essere modificati tramite l&#8217;aggiunta di vari tipi di sostanze e additivi, finch\u00e9 stanchi di attendere un risultato che sembrava non avvicinarsi, le plurime menti coinvolte sono prevedibilmente passate ad altro. Tutte ma non lei, la Prof.ssa Pascoe , che lungi dal lasciar sfuggire il fulmine dell&#8217;intuizione di partenza, ha continuato stolidamente ad impegnarsi verso il raggiungimento di quella bottiglia metaforica capace d&#8217;intrappolarlo per il misurabile vantaggio di tutti. Finch\u00e9 al suo ritorno dopo la manciata di giorni previsti per mettere alla prova l&#8217;ennesima miscela, non \u00e8 andata a sollevare ancora una volta il grumo disposto sul suo tavolo. Per vederlo rimaner compatto, seguendo con modalit\u00e0 indivisa il ben preciso movimento indotto dalla sua mano&#8230;<\/p>\n\n\n\n<!--more-->\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter\"><a href=\"https:\/\/youtu.be\/pJh3fo0tIOw\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"500\" height=\"313\" src=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2019\/06\/Nopal-Bioplastic-500x313.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-28427\" srcset=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2019\/06\/Nopal-Bioplastic-500x313.jpg 500w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2019\/06\/Nopal-Bioplastic-768x480.jpg 768w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2019\/06\/Nopal-Bioplastic.jpg 1728w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/a><figcaption>Il procedimento di estrazione e trasformazione del succo di nopal sembrerebbe essere, per quanto \u00e8 stato mostrato alla stampa internazionale, relativamente semplice. La vera domanda da porsi, tuttavia, \u00e8 quanto possa essere velocizzato e ridotto nei costi all&#8217;interno di una catena di montaggio su larga scala.<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>L&#8217;effettiva composizione e natura degli additivi usati per creare questo nuovo tipo di biopolimero, attualmente in attesa di essere brevettato nella sua nazione di provenienza, sembrerebbero essere ancora comprensibilmente protetti dal segreto industriale. Una rapida ricerca su Google in merito all&#8217;operato della Roscoe, tuttavia, permette d&#8217;individuare nel breve studio <em>Producci\u00f3n y Caracterizaci\u00f3n de Pel\u00edculas de Biopol\u00edmero de Nopal Opuntia ficus-indica<\/em> (marzo 2019) la menzione di una misteriosa proteina, il non meglio specificato &#8220;plastificante&#8221; a base di glicerina e un qualche tipo di cera naturale, aggiunti al succo di cactus prima che l&#8217;insieme venga sottoposto al procedimento del gel-casting, consistente nella trasformazione, attraverso l&#8217;evaporazione del contenuto liquido, di un particolare fluido colloidale bifasico chiamato per l&#8217;appunto il gel. Che una volta trascorso un periodo di fino a 10 giorni all&#8217;interno di uno stampo scelto sulla base dell&#8217;effettiva necessit\u00e0, tender\u00e0 a diventare solido, resistente, malleabile e ragionevolmente resistente. A meno che non venga gettato, come fin troppo spesso c\u00e0pita, nelle immisurabili distese acquee del vasto mare. Ed anche in quel caso, la plastica di nopal presenta un innegabile punto a suo favore: il fatto di non vedere l&#8217;uso, nel corso di nessuna delle fasi relative alla sua messa in opera, di alcun tipo di sostanza tossica, risultando effettivamente commestibile anche da parte dell&#8217;uomo. Una propriet\u00e0 estesa, per inferenza, anche a tutti quei pesci ed altre creature marine che notoriamente tendono a perire, oltre le soglie della nostra era, per l&#8217;ingerimento accidentale e ripetuto di particelle soltanto parzialmente scorporate delle nostre confezioni gastronomiche, posate mono-uso, cannucce e gli altri problematici lussi dell&#8217;odierna compagine industrializzata.<br>Detto questo, il concetto di un biopolimero basato sugli amidi naturali di provenienza organica non \u00e8 certamente nuovo, come esemplificato dal relativo successo di una delle primissime espressioni commerciali della plastica, quella Galalith prodotta nel Regno Unito a partire dal 1899, grazie a una trasformazione chimica della caseina contenuta nel latte vaccino. La quale aveva, tuttavia, un problema: l&#8217;innata porosit\u00e0 capace di renderla sostanzialmente inadatta a molti degli impieghi delle alternative tecnologiche successive o co\u00e9ve, consistenti essenzialmente nella protezione o conservazione delle nostre scorte di cibo. Come ogni altro potenziale sostituto &#8220;responsabile&#8221; ai semplici polimeri basati sul petrolio (vedi ad esempio il moderno discendente PLA o acido polilattico) che proprio in funzione della sua natura biodegradabile, non potr\u00e0 mai e poi mai venire collocato a lungo termine in contesti industriali di qualsivoglia tipo, pena la disgregazione sistematica dello stesso a una distanza imprevedibile di tempo. Basti aggiungere a questo il costo produttivo generalmente maggiore rispetto all&#8217;approccio sintetico, nonch\u00e9 la tendenza del cliente finale, largamente comprovata, a preferire prodotti in plastica non riciclabile e\/o riciclata, per avere un quadro piuttosto drammatico di quello che potrebbe riservarci, a breve o medio termine, il futuro tecnologico della nostra specie.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter\"><a href=\"https:\/\/youtu.be\/KKmiKKMDDhY\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"500\" height=\"313\" src=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2019\/06\/Gel-Casting-500x313.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-28426\" srcset=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2019\/06\/Gel-Casting-500x313.jpg 500w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2019\/06\/Gel-Casting-768x480.jpg 768w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2019\/06\/Gel-Casting.jpg 1728w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/a><figcaption>Il gel-casting \u00e8 un approccio versatile alla creazione di sostanze semi-solide dalle caratteristiche innaturali. Che possono essere al tempo stesso estremamente malleabili, oppur dotate di caratteristiche di resistenza assolutamente degne di note.<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>Nel frattempo, la ricercatrice messicana laureata in ingegneria sembrerebbe lungi dall&#8217;essere rimasta con le mani in mano. Una volta completato il processo di laminazione dell&#8217;intruglio a base di spremuta di fico d&#8217;India, ha infatti iniziato a sperimentare una diversa specie, non commestibile fatta eccezione per il frutto, dello stesso genere di piante: l&#8217;<em>Opuntia megacantha.<\/em> Questo al fine di garantire che un&#8217;industria redditizia e pervasiva come quella della commercializzazione gastronomica non potesse soprassedere sulla valida opportunit\u00e0 offerta dalla sua scoperta, favorendo un&#8217;ipotetica diffusione futura di questo nuovo tipo di plastica, cos\u00ec propensa a dissolversi una volta completato il suo compito originario. O almeno, questa sar\u00e0 l&#8217;idea di partenza! Poich\u00e9 come dicevamo i potenziali ostacoli da superare, e le domande a cui rispondere, sembrerebbero affollarsi ancora ai margini della questione&#8230; Qual&#8217;\u00e8 la durata d&#8217;immagazzinamento di una simile sostanza, prima che inizi a disgregarsi in modo prematuro? Quanto dovrebbero aspettarsi di spendere le aziende produttrici per poter disporre, in quantit\u00e0 sufficiente, dei non meglio specificati materiali o reagenti usati nel corso del processo produttivo? <br>E soprattutto, in quale modo potrebbe riuscire a sopravvivere una societ\u00e0 contemporanea privata per sua scelta della natura indistruttibile, ultra-resistente ed economica di uno dei pilastri stessi del suo sistema dei materiali di uso comune? Scenario esemplificato dalla soluzione alternativa di eventuali enti o gruppo ambientalisti, come \u00e8 stato gi\u00e0 tentato pi\u00f9 volte, che dovesse riuscire a creare in laboratorio il mitico e paventato batterio effettivamente capace di fagocitare i polimeri, indipendentemente dalla loro composizione chimica interna. Alla diffusione del quale riusciremmo assai probabilmente a scoprire, nel volgere di un tempo orribilmente breve, quanto del nostro odierno benessere venga garantito a discapito dell&#8217;integrit\u00e0 e purezza di ci\u00f2 che ci sostiene, avendo anticipato la nostra stessa esistenza nell&#8217;Universo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Immaginate le possibilit\u00e0 offerte da un materiale straordinariamente resistente all&#8217;usura, impervio alla forza degli elementi, totalmente non permeabile e del tutto incapace di contaminare il cibo. 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