{"id":20631,"date":"2016-07-04T07:21:31","date_gmt":"2016-07-04T05:21:31","guid":{"rendered":"http:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/?p=20631"},"modified":"2016-07-04T07:30:09","modified_gmt":"2016-07-04T05:30:09","slug":"latollo-con-la-tomba-radioattiva-larga-107-metri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/?p=20631","title":{"rendered":"L&#8217;atollo con la tomba radioattiva larga 107 metri"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/youtu.be\/aDY9VB4ee5w\" target=\"_blank\" rel=\"attachment wp-att-20632\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-medium wp-image-20632\" src=\"http:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2016\/07\/Enewatak-Atoll-500x313.jpg\" alt=\"Enewatak Atoll\" width=\"500\" height=\"313\" srcset=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2016\/07\/Enewatak-Atoll-500x313.jpg 500w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2016\/07\/Enewatak-Atoll-768x480.jpg 768w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2016\/07\/Enewatak-Atoll.jpg 1728w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Presso l&#8217;equatore, grossomodo in corrispondenza della linea internazionale immaginaria che dovrebbe indicare, secondo la convenzione, l&#8217;inizio di una nuova giornata di 24 ore, esiste un piccolo paese. Nel mezzo del pi\u00f9 vasto\u00a0oceano, e grande all&#8217;incirca due volte la Repubblica di San Marino, ma a differenza di quest&#8217;ultima, non contiguo: ciascun territorio di cui esso si divide,\u00a0risulta infatti circondato da miglia e miglia di\u00a0acqua non perfettamente trasparente e senza alcun dubbio, popolata dagli squali. Cos\u00ec\u00a0chi dovesse dunque sorvolarlo con un aereo, questo ambiente abitato\u00a0da circa 53.000 persone, non scorgerebbe certo alcuna struttura pi\u00f9 grande di un municipio in muratura, una chiesetta, qualche dozzina di capanna e moli d&#8217;approdo costruiti secondo le antiche metodologie polinesiane.\u00a0Con una singola, preoccupante eccezione: la grande cupola di cemento dell&#8217;isola di Runit, chiamata dai locali &#8220;il mausoleo&#8221;. Formata da 358 pannelli interconnessi di un gradevole color grigio topo, caratterizzati dal notevole spessore\u00a0di 58 cm. A ben pensarci, la cosa pi\u00f9 stupefacente \u00e8 che l&#8217;insieme di materiali non sia sprofondato\u00a0in mare, in funzione del suo semplice\u00a0peso eccessivo.\u00a0Chi l&#8217;ha costruita e perch\u00e9? Dove avrebbero mai trovato i fondi, questi tranquilli e relativamente improduttivi isolani, per costruire un simile maestoso edificio? La cui\u00a0esistenza, in altre condizioni, sarebbe pi\u00f9 che sufficiente a far sospettare la\u00a0diretta partecipazione di una qualche civilt\u00e0 aliena, anche per la spiccata somiglianza con lo stereotipico UFO degli show televisivi una volta. Ma no, ma no! Niente di simile La realt\u00e0 risulta molto pi\u00f9 semplice, ed al tempo stesso orribile, di cos\u00ec&#8230;<br \/>\nNel 1943, con due anni di feroce guerra nel Pacifico alle spalle, i generali d&#8217;armata americani decisero che era giunto il momento di conquistare delle basi avanzate a sud, dalle quali decollare per effettuare le prime, prudenti\u00a0ricognizioni dei principali territori giapponesi. Fu quindi deciso, senza esitazioni, che il primo bersaglio di un tale iniziativa sarebbe stato l&#8217;atollo di Enewetak (talvolta detto Eniwetok) 5,85 chilometri quadrati, con un&#8217;elevazione massima dal mare di tre metri, presso cui il nemico aveva gi\u00e0 costituito un piccolo campo di rifornimento aereo senza nessun tipo di personale stabile e velivoli in stazionamento permanente. Gli attuali occupanti delle isole affioranti dalla sottostante montagna sommersa e relativa barriera corallina, tuttavia, non erano numerosissimi, soprattutto perch\u00e9\u00a0il comando nipponico si aspettava di subire un&#8217;attacco pi\u00f9 a nord, presso le isole Marianne. Fu cos\u00ec deciso che le forze incaricate della presa del territorio sarebbero stati due reggimenti, al rispettivo comando di un ufficiale di fanteria e dei marine. Giunto il 17 febbraio quindi, con la caratteristica dottrina del <em>thunder &amp; lightning,\u00a0<\/em>i circa 10.000 uomini sbarcarono sulla spiaggia, utilizzando un&#8217;ampia selezione di chiatte da sbarco ed altri battelli specializzati, senza premurarsi di disporre di un adeguato supporto del fuoco d&#8217;artiglieria navale. Il che si rivel\u00f2, ben presto, un errore: le truppe imperiali, che\u00a0secondo lo storico Rottman, G. ammontavano\u00a0\u00a0a poco pi\u00f9 di 3500 uomini, si erano infatti trincerate estremamente bene, con un generoso utilizzo del tipo di fortificazione definita in gergo &#8220;fossa dei ragni&#8221;: essenzialmente, ciascun soldato aveva scavato una buca nella sabbia friabile dell&#8217;atollo. Quindi l&#8217;aveva ricoperta con foglie e rami, e da essa usciva solamente con la testa ed il fucile, facendo fuoco su chiunque avesse l&#8217;intenzione di avanzare. Nel frattempo, una piccola divisione di carri al comando del tenente\u00a0Ichikawa, formata\u00a0da 9 leggeri\u00a0Tipo 95 Ha-G\u014d, impose non pochi grattacapi agli aspiranti nuovi possessori dell&#8217;isola principale dell&#8217;atollo, detta per antonomasia Eniwatok. Passarono cos\u00ec tre\u00a0giorni di battaglia estremamente cruenta, nel tentativo di guadagnarsi la prima testa di ponte dell&#8217;obiettivo strategico principale. Le difficolt\u00e0 incontrate furono\u00a0decisamente superiore alle aspettative, tanto che nel caso dell&#8217;assalto alla seconda isola dell&#8217;atollo, quella\u00a0di Parry, fu deciso invece d&#8217;impiegare un bombardamento a tappeto ad opera delle due corazzate USS Tennessee e Pennsylvania, cos\u00ec serrato da necessitare di 900 tonnellate di munizioni, ed al termine del quale, essenzialmente, ben poco rimaneva di riconoscibile da quelle parti, a parte la sabbia e il mare. Al termine dell&#8217;operazione, quindi si pass\u00f2 al conteggio delle vittime: in quegli ultimi cinque giorni\u00a0avevano perso\u00a0la vita 313 soldati americani, senza contare\u00a0gli 879 feriti e 77 dispersi, mentre per quanto concerneva l&#8217;altro\u00a0lato del fronte, quasi l&#8217;intero contingente dello schieramento avversario fu trucidato, con soltanto 105 prigionieri presi. La vittoria degli americani, dunque, fu rapida e totale: troppo diversi erano i fattori delle forze in gioco. Ma il prezzo pagato? Fu\u00a0notevole, senz&#8217;altro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><!--more--><br \/>\nIl che diede malauguratamente, ai generali, un&#8217;idea: non sarebbe stato possibile, in un ideale futuro, disporre di un&#8217;arma cos\u00ec potente da fiaccare lo spirito del nemico prima ancora di esporsi al pericolo delle sue bocche da fuoco? Un singolo strumento di distruzione, in grado di\u00a0annichilire un&#8217;intera macchina bellica in forza della sua semplice esistenza&#8230;E fu forse proprio questo, l&#8217;inizio della fine. Poich\u00e9, come fin troppo ben sappiamo, l&#8217;opera di Einstein e di Oppenheimer stava iniziando a dare i suoi primi frutti collaterali, ed il grande progetto con a capo\u00a0Leslie Groves del corpo del Genio militare, nome in codice Manhattan, stava trovando l&#8217;applicazione pi\u00f9 temuta dell&#8217;uranio 238 e del plutonio: la costruzione di una bomba quale il mondo non aveva mai conosciuto prima. Anzi due, da scaricare senza particolari ed immediati sensi di rimorso presso i popolosi centri abitati di Hiroshima e Nagasaki, rispettivamente il 6 e 9 agosto del 1945. Proprio come se si fosse trattato di una nuova isola di Parry, e l&#8217;intero Giappone, fosse stato la versione sovradimensionata di Eniwatok. Le reazioni del mondo furono molteplici e diverse: orrore, condanna, incondizionata comprensione del &#8220;nonostante tutto&#8221;, parziale giustificazione, colossale esultanza per l&#8217;annientamento dei &#8220;gialli&#8221;. E poi\u00a0soprattutto, esattamente come si sperava a pi\u00f9 livelli, un timoroso senso di rispetto.<br \/>\nIl che avrebbe fatto molto in breve tempo, per comprovare lo stato degli Stati Uniti come nascente ed innegabile superpotenza su scala globale, in grado di rivaleggiare con lo sterminato paese che il baffuto Stalin aveva gloriosamente condotto in battaglia, l&#8217;URSS. Pur essendo finita la guerra, dunque,\u00a0nulla cambiava di quelle instabili condizioni geopolitiche avrebbero potuto, all&#8217;epoca, dare\u00a0facilmente luogo ad un ripetersi dello stesso cataclisma barbarico e medievale. Fu quindi deciso che la corsa agli armamenti avrebbe continuato, marciando innanzi a gran velocit\u00e0. Si, ma in quale modo? Come si pu\u00f2 dimostrare la propria perizia nell&#8217;impiego di\u00a0armi in grado di distruggere un continente, senza per l&#8217;appunto, distruggere un continente? La risposta ovviamente esiste, ma\u00a0occorre ricercarla in alcuni dei luoghi pi\u00f9 remoti della Terra. Come per l&#8217;appunto, l&#8217;arcipelago delle Marshall e l&#8217;atollo di Eniwatok.<\/p>\n<figure id=\"attachment_20634\" aria-describedby=\"caption-attachment-20634\" style=\"width: 490px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><a href=\"https:\/\/youtu.be\/MMDuASm6sDs\" target=\"_blank\" rel=\"attachment wp-att-20634\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-20634 size-medium\" src=\"http:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2016\/07\/Marshall-Nuclear-Tests-500x313.jpg\" alt=\"Marshall Nuclear Tests\" width=\"500\" height=\"313\" srcset=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2016\/07\/Marshall-Nuclear-Tests-500x313.jpg 500w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2016\/07\/Marshall-Nuclear-Tests-768x480.jpg 768w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2016\/07\/Marshall-Nuclear-Tests.jpg 1728w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/a><figcaption id=\"caption-attachment-20634\" class=\"wp-caption-text\">Il programma dei Pacific Proving Grounds fu la prova di quanto la paura possa condurre a compiere dei gesti estremi. La fin troppo diffusa consapevolezza che in quel preciso momento, dall&#8217;altro lato del Muro, esistessero personalit\u00e0 comparabili ad Einstein ed Oppenheimer, portava la classe dirigente a bombardare le uova di tartaruga. C&#8217;\u00e8 uno strano messaggio trasversale, ed un&#8217;innegabile grammo d&#8217;ironia, in tutto ci\u00f2&#8230;<\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non fu lasciato passare in pace\u00a0neppure\u00a0un intero\u00a0anno. Il primo colpo risuon\u00f2 presso l&#8217;atollo di Bikini, il 30 giugno del 1946, subito segu\u00ecto dall&#8217;esplosione di Baker il 24 luglio, in un bizzarro ripetersi dei bombardamenti che avevano apposto, con il sangue, la parola fine sul secondo conflitto mondiale. Naturalmente, in questo nuovo caso non dovevano esserci vittime, e cos\u00ec il comando si era premurato di allontanare, nella maggior parte dei casi usando la forza,\u00a0gli abitanti di queste terre remote e un tempo, ahim\u00e9, tranquille. Tale costosa operazione venne denominata in codice Crossroads, e non fu che l&#8217;inizio di una lunga serie di test, durati fino al 1962, per agevolare il perfezionamento di quell&#8217;arma che avrebbe dovuto permettere, a qualcuno e\/o qualcosa, di sopravvivere all&#8217;ipotetico cataclisma di una guerra senza esclusione di colpi coi temuti governanti\u00a0del Blocco Orientale. Un totale di 67 ordigni nucleari, sempre pi\u00f9 grandi e potenti, furono fatti detonare presso questo o quell&#8217;atollo, con una particolare preferenza, forse del tutto accidentale, con quegli stessi campi di battaglia che appena una generazione prima erano stati copiosamente\u00a0bagnati\u00a0del sangue dei soldati al fronte. A nessun altro luogo, tuttavia, and\u00f2 peggio che ad Eniwatok. Perch\u00e9 fu proprio qui, nel 1952, che gli Stati Uniti decisero di testare Ivy Mike, la prima bomba all&#8217;idrogeno della storia. Un&#8217;arma da 82 tonnellate progettata da Richard Garwin, uno studente di Enrico Fermi, e che utilizzava per la prima volta il deuterio criogenico come carburante. La cui detonazione avrebbe prodotto, secondo il piano originario l&#8217;equivalente di 10,4\/12 megatoni di TNT. &#8220;Fantastico, facciamogliela vedere!&#8221; Esclamo qualcuno. Scegliendo come bersaglio l&#8217;isolotto condannato di\u00a0Elugelab. Vennero condotti i preparativi, furono piazzate le telecamere. Venne persino presa in prestito la musica di Wagner, per accompagnare il video di propaganda risultante da una tale meraviglia della tecnologia moderna. Alle 7:15 del 1 novembre, quindi, avvenne la detonazione. PUF!<\/p>\n<figure id=\"attachment_20633\" aria-describedby=\"caption-attachment-20633\" style=\"width: 490px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><a href=\"https:\/\/youtu.be\/zNzZKgMyIb0\" target=\"_blank\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-20633 size-medium\" src=\"http:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2016\/07\/Enewatak-Cleanup-500x313.jpg\" alt=\"Enewatak Cleanup\" width=\"500\" height=\"313\" srcset=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2016\/07\/Enewatak-Cleanup-500x313.jpg 500w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2016\/07\/Enewatak-Cleanup-768x480.jpg 768w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2016\/07\/Enewatak-Cleanup.jpg 1728w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/a><figcaption id=\"caption-attachment-20633\" class=\"wp-caption-text\">Le operazioni di ripristino di Enewatok sono costate, fino ad oggi, oltre 500 milioni di dollari. Nonostante questo, alcune zone dell&#8217;atollo non torneranno abitabili fino 2026-27 *nella migliore delle ipotesi. Molti dei volontari che si occuparono della costruzione della struttura, ad oggi fanno parte di un&#8217;associazione per la sensibilizzazione del mondo sul pericolo del nucleare. Molti di loro hanno avuto problemi di salute, anche gravi, successivamente alla loro partecipazione al progetto.<\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify;\">La palla di fuoco creata da un simile evento cataclismico raggiunse i 3.23 Km d&#8217;estensione\u00a0e la nube a fungo si sollev\u00f2 per 17 Km, mentre quello che era stato il ridente\u00a0Elugelab si trasformava in un cratere di 2 Km di ampiezza e 50 metri di profondit\u00e0. La liberazione di sostanze\u00a0radioattive nell&#8217;atmosfera, tuttavia, fu superiore al previsto, e i forti venti del Pacifico le trasportarono fino a zone abitate. Non era la prima volta che capitava: nel 1954, un errore di calcolo relativo alla bomba dal nome in codice Bravo aveva comportato un&#8217;esplosione dalla potenza addirittura doppia del previsto, equivalente circa a 1.000 Hiroshima. In quel caso, 200 persone che abitavano sottovento furono colpite dalle radiazioni con conseguenze potenzialmente deleterie e i loro due interi atolli diventarono inabitabili dall&#8217;oggi al domani. E questi non sono che due dei peggiori errori di un lungo e travagliato programma, che ad ogni modo avrebbe avuto durature conseguenze sull&#8217;ambiente, sul benessere delle popolazioni inconsapevoli e sullo stesso buon nome di chi &#8220;poteva fare&#8221; ma non per questo, sceglieva &#8220;di non fare&#8221;. \u00c8 interessante notare come, successivamente all&#8217;ottenimento dell&#8217;indipendenza delle Isole Marshall del 1983, il governo degli Stati Uniti abbia smesso di rifornire il fondo costituito per pagare i danni causati alla popolazione, nonostante nuovi processi nei tribunali internazionali abbiano aggiudicato nuovi risarcimenti ai discendenti di coloro che hanno pagato il prezzo maggiore. Ma questa \u00e8 tutta un&#8217;altra storia.<br \/>\nPerch\u00e9 la grande cupola di Eniwatok, naturalmente, nasce da una necessit\u00e0 particolarmente pressante e specifica, relativa al come liberarsi degli 85.000 metri cubi di suolo contaminato risultante dai lunghi e reiterati test, senza scaricarlo in mare, corso d&#8217;opera troppo pericoloso, n\u00e9 tantomeno trasportarlo fino in patria e seppellirlo, per dire, nel Nevada&#8230; (Si, come no!) La soluzione scelta fu semplice, e per certi versi, molto ben concepita. Si scelse un cratere di esplosione particolarmente adatto allo scopo, quello risultante dall&#8217;esplosione della bomba Cactus fatta detonare il 5 maggio del 1958. Come forse avrete notato nel video di apertura, ce n&#8217;era un altro giusto accanto, ma fu preferito questo qui. Si mescol\u00f2 la terra velenosa con del cemento di Portland (essenzialmente, il nostro calcestruzzo) che in tale spazio venne fatto attentamente colare, e quindi ricoperto con le tonnellate di pannelli gi\u00e0 citati in apertura. A quel punto, l&#8217;UFO era pronto. E l\u00ec sarebbe rimasto, si spera, per l&#8217;Eternit\u00e0. Ma il mondo non \u00e8 mai cos\u00ec semplice, nessuna soluzione dura per sempre e soprattutto, ci\u00f2 non avviene quando si sta parlando di sostanze la cui pericolosit\u00e0 decade in un lasso di tempo secolare, quando non addirittura millenario. Sono ormai in effetti diversi anni che gli abitanti di Eniwatok, reintegrati come da programma nell&#8217;atollo per cos\u00ec dire messo in sicurezza, riportano di aver notato crepe di varia entit\u00e0, speso causate dai rampicanti vegetali, nella colossale struttura che hanno ricevuto in dono dagli americani. Inoltre, la popolazione disagiata \u00e8 solita inoltrarsi nelle zone dei test nucleari, per cercare del metallo di recupero da vendere ai cinesi, esponendosi cos\u00ec direttamente al rischio delle radiazioni. Sono anni che l&#8217;amministrazione locale chiede ai loro Liberi Consociati&#8221; (ci\u00f2 dichiara a grandi lettere\u00a0lo statuto d&#8217;indipendenza stilato con gli Stati Uniti) i fondi per costruire una recinzione. E per molti anni ancora, probabilmente, continueranno a farlo.<br \/>\nMa il vero e pi\u00f9 drammatico pericolo, a conti fatti, \u00e8 un altro: che cosa potrebbe mai succedere nel caso in cui una catastrofe naturale come uno tsunami, o un&#8217;apocalittica tempesta tropicale, del tipo\u00a0non propriamente\u00a0insolito presso tali latitudini, dovesse scegliere di percuotere con tutta la sua furia questa gi\u00e0 cedevole struttura? Fin dove arriverebbero, i veleni che pesano sulla storia di questi due paesi, condannati dalla follia dei pochi e per il timore di molti&#8230;Questo, in effetti, nessuno lo sa. Perch\u00e9 non esistono casi pregressi di alcun tipo. Ma il futuro, si sa, \u00e8 incerto&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Presso l&#8217;equatore, grossomodo in corrispondenza della linea internazionale immaginaria che dovrebbe indicare, secondo la convenzione, l&#8217;inizio di una nuova giornata di 24 ore, esiste un piccolo paese. 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