{"id":16062,"date":"2015-01-13T08:34:00","date_gmt":"2015-01-13T07:34:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/?p=16062"},"modified":"2015-01-13T08:34:00","modified_gmt":"2015-01-13T07:34:00","slug":"tecnica-ad-incastro-dei-carpentieri-giapponesi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/?p=16062","title":{"rendered":"La tecnica ad incastro dei carpentieri giapponesi"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/youtu.be\/W1pvUlQgYtk\" target=\"_blank\" rel=\"attachment wp-att-16063\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-medium wp-image-16065\" src=\"http:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2015\/01\/Incastro-giapponese-500x312.jpg\" alt=\"Incastro giapponese\" width=\"500\" height=\"312\" srcset=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2015\/01\/Incastro-giapponese-500x312.jpg 500w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2015\/01\/Incastro-giapponese.jpg 1440w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fino all&#8217;epoca moderna, col suo cemento e l&#8217;armatura impervia dell&#8217;acciaio architettonico, chi voleva costruire gli edifici per durare molto a lungo non aveva che una singola strada percorribile: la messa in opera di ci\u00f2 che il mondo \u00a0naturale ci offre come duro suolo, nella sua essenza materialistica pi\u00f9 persistente. Roccia e pietra, pelle di pianeta, una sottile scorza estratta con fatica e quindi fatta a pezzi, ritagliata nella forma modulare delle pietre di castelli e cattedrali. Con l&#8217;incedere delle soluzioni migliorate, al giro dei secoli di molte costruzioni, tale pratica raggiunse l&#8217;assoluta perfezione. Cos\u00ec mattoni, l&#8217;uno sopra all&#8217;altro e calce per tenerli insieme, come i rigidi pilastri duri\u00a0quanto querce millenarie. Non certo, letterali?<br \/>\nIl grande santuario\u00a0di Ise sorge nella prefettura di Mie, in Giappone fin da quando\u00a0Yamatohime-no-mikoto, la figlia dell&#8217;Imperatore Suinin ud\u00ec la voce della sua antenata divina, sommo spirito del Sole,\u00a0Amaterasu-\u014dmikami: &#8220;Questa terra \u00e8 remota ed attraente. Voglio abitare qui.&#8221; Ci\u00f2 avvenne, secondo quanto desumibile\u00a0dalla cronistoria semi-mitica del Nihon Shoki, attorno al terzo secolo d.C. Per 20 anni, la principessa aveva viaggiato per il paese dalla sua residenza di Yamato, per trovare una montagna degna di una tale splendida eminenza, destinata ad essere per sempre sacra e venerata. Qualunque cosa fosse sorta in tale luogo, doveva raggiungere i posteri senza subire alterazioni. Non a caso, secondo la tradizione, proprio a questo tempio viene fatta risalire la nascita spontanea di un approccio nazionale alla costruzione di edifici, per la prima volta ben distinta dalle usanze provenienti dalla Cina e dalla Corea: pareti sottilissime, linee curve leggiadre ed aggraziate, nessun tipo di entasi o rastrematura sui pilastri\u00a0e\u00a0cornicioni estremamente pronunciati, a un punto tale che diventano verande. Il tetto, in questo tipo di\u00a0architettura giapponese, \u00e8 infatti un elemento dominante che raggiunge facilmente la\u00a0met\u00e0 di un\u00a0edificio, quasi sempre di un solo piano. La separazione degli spazi \u00e8 fluida o del tutto inesistente, con pannelli\u00a0in carta di riso che possono essere spostati sulla base del bisogno; addirittura\u00a0l&#8217;ambiente principale del tempio o della casa, se necessario, pu\u00f2 essere aperto interamente agli elementi, per accogliere con entusiasmo gli ospiti e i visitatori. L&#8217;aspetto maggiormente significativo del santuario di Ise, e con esso di ogni altro tempio shintoista delle origini, \u00e8 il suo essere\u00a0fatto completamente in legno, senza l&#8217;ombra di un mattone o di una pietra. Secondo l&#8217;usanza religiosa, infatti, ogni 20 anni l&#8217;edificio deve essere demolito e ricostruito totalmente, onde procedere alla sua purificazione. Niente male, come modo per preservare le su tecniche realizzative, giusto?<br \/>\nE adesso viene il bello: fra quelle sante mure non si usano\u00a0nemmeno\u00a0i chiodi. In un paese ricoperto per il 70% di foreste, in cui\u00a0i giacimenti di metalli resistenti\u00a0sono sempre stati rari e poveri di quella componente\u00a0carbonifera che consente di ottenere facilmente l&#8217;acciaio, tale approccio al fissaggio permanente degli elementi lignei\u00a0non \u00e8 mai stato concepito come logico, n\u00e9 pratico, n\u00e9 necessario. Pensate alla complessa forgiatura della spada giapponese, una sapiente commistione di diverse variet\u00e0 di ferro, piegate e ripiegate su di loro: ecco, quello non era un semplice rituale culturale, ma l&#8217;unico modo disponibile\u00a0per\u00a0ottenere una tecnologia valida sui campi di battaglia, vista la natura scadente del materiale di partenza. E chi avrebbe mai avuto il tempo, di ripetere quei gesti, mille, centomila volte per ciascuna casa? La ruggine pu\u00f2 far paura.\u00a0Si usava quindi, piuttosto, un complesso sistema di incastri, definito <em>sashimono,\u00a0<\/em>ovvero letteralmente &#8220;cose unite&#8221;. Un modo estremamente efficace di assemblare\u00a0componenti, architravi ed anche pezzi di mobilia. Perch\u00e9 non solo i pezzi risultanti erano\u00a0perfettamente solidi e funzionali, ma anche straordinari nell&#8217;estetica, tratto cos\u00ec fondamentale per gli ambienti abitabili di ogni paese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel video di apertura, pubblicato a scopo divulgativo\u00a0sul canale di\u00a0Kobayashi Kenkou, appassionato di falegnameria tradizionale, si pu\u00f2 osservare il metodo impiegato per formare un&#8217;architrave da due singoli elementi, tramite l&#8217;impiego di un cuneo d&#8217;ispessimento. La sezione da unire \u00e8 stata pre-lavorata, ad entrambe le estremit\u00e0 rilevanti, secondo la prassi che noi definiamo calettatura, ovvero l&#8217;insieme ripetuto di una serie di tenoni (estrusioni) e mortase (rientri) perfettamente calibrati fra di loro. Ci\u00f2 significa che, nonostante la grandezza e il speso delle due componenti, queste sono gi\u00e0 inclini ad unirsi ed a formare un tutto inscindibile, non appena si introduce nel foro apposito una semplice pressione aggiunta, ovvero nello specifico quella di una serie successiva di paletti lungi e trapezoidali; in questo caso ne bastano due, ma \u00e8 naturalmente necessario procedere per gradi, al fine di non danneggiare il foro d&#8217;ingresso. Nessun tipo di colla \u00e8 necessaria per tenere assieme i travi, e la solidit\u00e0 finale sar\u00e0 comparabile a quella di un pezzo singolo ed intero. Neanche la colla \u00e8 veramente necessaria bench\u00e9 oggi, per ragioni di ulteriore sicurezza in situazioni telluriche, venga spesso usata. In effetti, alla fine, i due artigiani smontano di nuovo la loro creazione: si trattava solo di una prova a secco. <i>In situ,\u00a0<\/i>le regole sono diverse.<\/p>\n<figure id=\"attachment_16064\" aria-describedby=\"caption-attachment-16064\" style=\"width: 490px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><a href=\"http:\/\/youtu.be\/AZ4pcEG1jqI\" target=\"_blank\" rel=\"attachment wp-att-16064\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-16064 size-medium\" src=\"http:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2015\/01\/Incastro-giapponese-2-500x312.jpg\" alt=\"Incastro giapponese 2\" width=\"500\" height=\"312\" srcset=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2015\/01\/Incastro-giapponese-2-500x312.jpg 500w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2015\/01\/Incastro-giapponese-2.jpg 1440w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/a><figcaption id=\"caption-attachment-16064\" class=\"wp-caption-text\">William Ng, amico e collega di Darrel Peart &#8220;The Wood Whisperer&#8221; ci mostra alcuni modellini di incastri tradizionali giapponesi. Simili oggetti, anticamente, venivano gelosamente tramandati dai maestri di questa tecnologia.<\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;antica arte del <em>sashimono<\/em><em>,\u00a0<\/em>un termine omofono col nome del <a href=\"http:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Sashimono\" target=\"_blank\">caratteristico stendardo usato dai guerrieri samurai<\/a> (ma \u00e8 soltanto un caso) trova applicazione nei campi pi\u00f9 diversi e non soltanto quello dell&#8217;architettura. La serie di documentari realizzati dalla NHK World, <em>BEGIN Japanology <\/em>contiene <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=WxP5Cg51qNs\" target=\"_blank\">una puntata a cura di Peter Barakan<\/a>\u00a0in cui viene esplorato nei dettagli il variegato\u00a0mondo dei falegnami giapponesi specializzati\u00a0nell&#8217;arredo. In una serie di sequenze estremamente interessanti, il conduttore viaggia dalle antiche botteghe di Tokyo, che in epoca Edo (1603 &#8211; 1868) costruivano i mobili dei signori feudali\u00a0e dello stesso\u00a0<em>sh\u014dgun<\/em>, fino alle botteghe specializzate a margine dell&#8217;isola di Mikura, dove cresce una particolare variet\u00e0 di gelso, rinomati per la loro resistenza e bellezza. Tali alberi, una volta abbattuti, non vengono trattati con sostanze chimiche, ma piuttosto lucidati attraverso l&#8217;impiego di una semplice\u00a0foglia, sufficientemente ruvida da agire come un&#8217;alternativa naturale alla carta vetrata. Il colore che risulta da tale pratica \u00e8 un marrone scuro dalla grana intensa, cos\u00ec esteticamente appagante che il falegname, idealmente, dovrebbe preservarne la continuit\u00e0 anche tra i pannelli perpendicolari di un singolo pezzo di mobilia. Un altro legno particolarmente amato \u00e8 quello di Paulownia, a tal punto che esiste un&#8217;usanza, particolarmente diffusa nel nord del paese, secondo cui alla nascita di una bambina si dovrebbe piantare una di queste piante, affinch\u00e9 un giorno se ne possa trarre il mobile per la sua dote nuziale.<br \/>\nLe realizzazioni di questa tipologia vengono spesso tramandate da una generazione all&#8217;altra\u00a0e anche una volta usurate quasi del tutto, non vengono gettate via. La tecnica di montaggio ad incastro infatti, a differenza dell&#8217;impiego dei chiodi, salvaguarda l&#8217;integrit\u00e0 del materiale e ne permette il reimpiego, previo restauro, all&#8217;interno di una versione rinnovata dello stesso pezzo. Non si tratta di altro che dell&#8217;applicazione, in scala ridotta, dello stesso principio d&#8217;impermanenza rinnovabile del grande santuario di Ise: nulla \u00e8 eterno nello <em>Shinto<\/em>, ma tutto si rinnova, per un ciclo di\u00a0rinascite non dissimile da quello del Buddhismo Mahayana. Che a sua volta, di ritorno dall&#8217;India e dalla Cina in epoca co\u00e9va alla nascita della civilt\u00e0 classica giapponese, nei periodi\u00a0Asuka (538-710) e\u00a0Nara (710\u2013794) port\u00f2 a un diverso tipo di concezione architettonica, da sempre parallela a quella del <em>sashimono<\/em>: l&#8217;edificazione di imponenti\u00a0e svettanti pagode, gli unici edifici degni di contenere le reliquie dei <em>bodhisattva<\/em> (gli spiriti salvifici) o i sutra, gli insegnamenti del Buddha stesso. Torri vertiginose, quelle, tutt&#8217;altro che soggette ad essere spostate o ricostituite, tutte pietra e solide fondamenta.\u00a0Fatte per durare anche a seguito di guerre o rare carestie, quando la rinascita, da materialista, si fa filosofale. Nella storia giapponese, ci\u00f2 succede di continuo: ci si sveglia buddhisti, si pranza shintoisti e si va a letto, perch\u00e9 no, con una preghiera al sommo <em>kami<\/em> dei\u00a0cristiani. Per ricominciare il giorno dopo! E se non \u00e8 questo un sincretismo veramente ben riuscito, ditemi un po&#8217; voi&#8230;<\/p>\n<figure id=\"attachment_16063\" aria-describedby=\"caption-attachment-16063\" style=\"width: 490px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=WxP5Cg51qNs\" target=\"_blank\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-16063 size-medium\" src=\"http:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2015\/01\/Incastro-giapponese-3-500x312.jpg\" alt=\"Incastro giapponese 3\" width=\"500\" height=\"312\" srcset=\"https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2015\/01\/Incastro-giapponese-3-500x312.jpg 500w, https:\/\/www.jacoporanieri.com\/blog\/..\/public\/newmedia\/2015\/01\/Incastro-giapponese-3.jpg 1440w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/a><figcaption id=\"caption-attachment-16063\" class=\"wp-caption-text\">BEGIN Japanology &#8211; Sashimono Woodwork \u6728\u5de5<\/figcaption><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Fino all&#8217;epoca moderna, col suo cemento e l&#8217;armatura impervia dell&#8217;acciaio architettonico, chi voleva costruire gli edifici per durare molto a lungo non aveva che una singola strada percorribile: la messa in opera di ci\u00f2 che il mondo \u00a0naturale ci offre come duro suolo, nella sua essenza materialistica pi\u00f9 persistente. 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