L’artiglio del velociraptor che vive ancora

È difficile talvolta interpretare la vera natura degli animali, e diventa ancora più difficile quando la creatura presa in considerazione, purtroppo, si è estinta da tempo. Vedi ad esempio il dromaeosauride per eccellenza, reso celebre nella seconda metà degli anni ’90 dal film di fantascienza Jurassic Park, come un feroce e scaltro predatore, in grado di dare la caccia spietatamente ad un gruppo d’umani coinvolti loro malgrado dal corso degli eventi. Nel 2007, quindi, la scoperta: segni dell’ancoraggio di piume sopra un fossile ritrovato in Mongolia. Gli esperti l’avevano a lungo sospettato, e adesso ne avevano la prova: questo veloce, piccolo e spietato dinosauro (così vuole lo stereotipo) non era primariamente un rettile. Bensì un uccello. Siamo soliti definire il coccodrillo come l’ultimo erede della genìà dei raptor, il che è sostanzialmente erroneo: poiché il coccodrillo, a quell’epoca, già esisteva. Il discendente più prossimo nelle dimensioni sarebbe lo struzzo, come non-volatile privo di keel, la struttura ossea connessa allo sterno per sostenere il volo attraverso le ali. Ma allo struzzo manca qualcosa, per così dire, di liscio e appuntito. L’arma, il pugnale, il crudele strumento, che per milioni di anni avrebbe fatto di questa intera classe di creature i più feroci dominatori delle pianure. Oggi tutti i ratiti rimasti, questo il nome della categoria, sono esclusivamente erbivori e questo vale anche per il casuario, che mangia per lo più frutta e ne disperde i semi, costituendo una specie chiave dell’ecologia locale. Eppure anche la più pacifica delle bestie, in determinate condizioni avverse, può aver bisogno di fare ricorso all’autodifesa. Ed è per questo che il sistema dell’evoluzione, nella sua infinita ed innata saggezza, non scelse mai privare l’utile creatura del rostro da 125 mm incorporato nel dito centrale di ciascuna zampa, facilmente in grado secondo l’ornitologo Ernest Thomas Gilliard di “tagliare di netto un braccio o recidere una giugulare umana.” Del casuario esistono nominalmente 4 specie:  Casuarius bennetti, alto “appena” 150 cm, un tempo ammaestrato come status symbol dai capi delle tribù della Nuova Guinea; il Casuarius unappendiculatus, dalla grandezza e distribuzione simili, però dotato di riconoscibile collo giallastro; Casuarius lydekkeri, una specie pigmea estinta nel Pleistocene. E poi c’è lui, Casuarius casuarius, anche detto (il) Meridionale, l’impressionante uccello alto più di una persona (fino a 170 cm le femmine) che trova la sua maggiore diffusione selvatica sulle coste del Queensland, la “pinna” geografica che si erge nella parte Nord-Est dell’isola d’Australia. Nel 90% dei casi, quando si parla di questi uccelli ci si sta riferendo a questa specie, di gran lunga la più diffusa e l’unica a trovarsi occasionalmente ad interferire con la società umana. Come accadde l’ultima volta in massa nel 2011 a seguito del ciclone Yasi, che disturbò l’ecosistema e spinse gli uccelli a muoversi verso l’entroterra, invadendo i paesi e le comunità litorali. Il che causò un’ampia serie di problemi, le cui conseguenze stiamo vivendo ancora: poiché le persone, incuranti degli avvisi affissi un po’ ovunque e ripetuti in televisione, fece l’errore di dare da mangiare alle splendide creature, per una sorta di innato, moderno senso d’empatia. Il che le rese, paradossalmente, ancor più pericolose. Si ritiene che un casuario selvatico viva all’incirca 50-60 anni, durante i quali apprende, ricorda ed incamera le sue esperienze. Una volta che questi associa gli umani al cibo, dunque, continuerà a cercarli con insistenza. Restando pronto, nel caso in cui la soddisfazione tardi ad arrivare, ad esporre un sollecito con la sua dote più sviluppata. Ed è allora che il grosso uccello salta in avanti, cercando di uccidere le persone.
L’attacco di un casuario è una visione terrificante, poiché a differenza degli emu o gli struzzi, che notoriamente preferiscono calciare all’indietro, questi balza frontalmente ed allunga il rostro in avanti, sollevandolo quasi all’altezza della testa dotata di una dura cresta ossea, normalmente usata per tenere a distanza la vegetazione. Mentre emette il suo grido di battaglia, un verso cavernoso e profondo che si avvicina sensibilmente alla frequenza più bassa udibile dall’orecchio umano. Ed è allora che ci si rende conto di come una nuova epopea cinematografica, una sorta di reboot scientifico di quel film citato in apertura, potrebbe ipoteticamente risultare anche più spaventoso del suo ispiratore remoto, in cui i dinosauri in questione erano ancora “soltanto” delle lucertole. Ma con la postura, a ben guardarli, di uccelli! Non è certo un caso se esiste una citazione famosa, attribuita ad un non meglio definito guardiano dello zoo, che recita: “Preferirei restare chiuso nel recinto dei coccodrilli, piuttosto che in quello dei casuari.” Dico, vuoi mettere? Un rettile che striscia, contro un uccello che corre. Restando egualmente capace di porre fine alla tua esistenza… Non credo che sarebbero molti, a pensare di dargli torto. Eppure nonostante tutto questo, il casuario è un uccello naturalmente timido, che tende ad eclissarsi al primo suono di provenienza umana. È soltanto in situazioni specifiche ed anomale, che questi può attaccare gravemente una persona. Esiste in effetti un singolo caso documentato di morte, risalente al remoto 1926, quando i due giovani fratelli McClean, 13 e 16 anni, trovarono un esemplare nel loro giardino, e per qualche atavico istinto di diffidenza, presero dei bastoni per tentare di ucciderlo o cacciarlo via. Ma fu allora che l’uccello, sentendosi comprensibilmente minacciato, gli balzò addosso, causando la fuga immediata del più piccolo e la caduta a terra del maggiore, che finì quindi per ricevere una ferita estremamente grave all’altezza del collo causata dal rostro dell’animale. Nel giro di pochi minuti, morì dissanguato. A quanto ne sappiamo, da quel giorno, nessuno attaccò più il casuario con dei bastoni. Tranne, ovviamente, coloro che devono farlo per mestiere.

Le scene su Internet di un attacco di casuario sono piuttosto rare, e tutte facenti parti di documentari sulla natura di vario tipo. Sembra che al giorno d’oggi, la gente abbia imparato a tenersi a distanza da questa ennesima belva d’Australia.

La cattura a scopo veterinario o scientifico di uno di questi uccelli è generalmente un’operazione complessa, che comporta la partecipazione di almeno due operatori. Il primo incaricato di distrarre l’animale tramite l’impiego di un’apparato di protezione, come uno scudo anti-sommossa o un grosso asse di legno. Mentre quest’ultimo lo attaccherà con furia, quindi, il collega gli passerà dietro, con un lungo pungolo dotato di siringa tranquillante. Con il gesto rapido di uno spadaccino professionista (e pressoché la stessa posta in gioco) quindi, egli andrà a meta, dirimendo l’ardua questione. Se il primo membro del team non si copre bene, se il secondo manca l’assalto, se i due non sono ben coordinati, ferite e lesioni di vario tipo risulteranno inevitabilmente all’ordine del giorno. Proprio per questo la presenza dei casuari negli zoo è piuttosto rara, tanto che esiste un sola istituzione, il Weltvogelpark Walsrode, in grado di vantare il possesso di tutte e tre le specie attualmente viventi. Nonostante quanto fin qui descritto, è importante notare come il casuario abbia una quantità di ragioni per temere l’uomo persino superiore a quante possiamo averne noi di lui. La principale causa di morte degli uccelli adulti in età riproduttiva è l’investimento da parte di autoveicoli o camion lanciati a gran velocità per le lunghe, rettilinee strade australiane, che trovandosi di fronte a questa sorta di tacchino ultra-rapido non possono fare molto per tentare di salvargli la vita. Seguìta dalle complicazioni successive allo scontro con cani domestici di grosse dimensioni, contro cui il casuario riesce spesso ad avere la meglio, soltanto per perire successivamente a causa delle ferite e lo sfinimento. Anche i maiali tornati selvatici sono un problema, vista la loro propensione a distruggere i nidi e mangiare le uova mentre i genitori sono in giro alla ricerca di cibo.
La questione riproduttiva non presenta nel casuario caratteristiche dall’alto grado di originalità, fatta esclusione per l’inversione del ruolo tipico dei due sessi. Generalmente nella stagione degli amori, che si estende tra maggio e giugno, il maschio (più piccolo) scava una buca per terra e inizia ad emettere una riconoscibile serie di richiami, che senza falla, condurranno la partner al suo cospetto. Dopo la breve copula, quindi, la femmina produrrà tra le tre e le otto uova bluastre deponendole e lasciando immediatamente il nido. Per 50-52 giorni, infatti, sarà lui a prendersene cura, mentre lei correrà alla ricerca di un ulteriore controparte con cui procreare. Una volta raggiunta l’età adulta, quindi, i figli si disperderanno alla ricerca di un proprio nuovo territorio: i casuari non possono convivere, e ciò è vero particolarmente per le femmine, che non tollerano assolutamente le simili dello stesso sesso. È anzi piuttosto diffuso lo sfortunato e problematico caso di una di loro che trovandosi di fronte a una porta a vetri, osserva il suo riflesso convinta che si tratti di una potenziale rivale, ed immancabilmente l’attacca, ritrovandosi dentro l’abitazione. E senza la necessità di entrare troppo nello specifico, direi che ci sono modi migliori per svegliarsi che per il suono fragoroso di un dinosauro più grosso di te, che zampetta allegramente nel tuo salotto. Un’altra leggenda metropolitana, mai dimostrata, vorrebbe che il suono di chi fa jogging ricordi alla femmina di casuario quello di una sua simile, inducendola ad attaccare brutalmente l’appassionato di fitness. Ma questa ipotesi non è mai stata dimostrata.

Si può amare un casuario? Assolutamente si: stiamo parlando, dopo tutto, di un grosso e magnifico animale. In questo famoso video l’addestratore Zach Burton, con fare suadente e movimenti estremamente cauti, dimostra alcune delle modalità necessarie ad acquisire la fiducia di questi uccelli.

Altri aspetti morfologici interessanti del casuario includono l’assenza di piume di coda e le minuscole ali semi-nascoste, dotate in maniera piuttosto anomala di aculei chitinosi simili alle spine di un’istrice. Nonostante le premesse, tuttavia, queste non vengono mai usate nel combattimento, visto come risulti più che sufficiente la coppia di terribili artigli all’estremità dei piedi. Per quanto concerne invece la cresta ossea presente sulla testa, cava al suo interno, esistono diverse teorie: chi afferma che sia semplicemente una protezione che permette di correre nel sottobosco, chi dice che serva ad attirare il partner per l’accoppiamento. Forse l’ipotesi più rilevante resta quella del biologo Andrew Mack, che afferma si tratti di un ausilio al senso dell’udito, in grado di amplificare i suoni dalle frequenze più basse, come per l’appunto, il richiamo di un altro casuario.
In tempi recenti, per molti abitanti di luoghi meno biodiversi e insoliti dell’Australia, il primo contatto con il casuario si è verificato grazie al videogame Far Cry 3, ambientato in una versione fantastica dell’arcipelago malese, che con ottima iniziativa degli sviluppatori ne prevedeva interi branchi, a cui dare la caccia per ottenere dei bonus di vario tipo. Molti utenti e persino qualche recensore professionista, trovandosi di fronte ai bizzarri uccelli, hanno dimostrato la loro assoluta incapacità iniziale di ricondurli a un’esistenza pericolosa: non era forse vero che assomigliavano, in tutto e per tutto, a dei grossi polli stravaganti? Del resto ciò resterebbe vero anche per un velociraptor rappresentato in maniera realistica, creatura che ancora non abbiamo avuto modo di vedere al cinema, ne sui nostri PC e console. Forse perché sarebbe troppo terribile… Rendersi conto, infine, dell’anima assassina e feroce, contenuta nel profondo di alcuni dei nostri più familiari e diffusi animali da fattoria.

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