L’ombra di Yasuke, grande samurai africano

In un attimo, scese il silenzio nella sala dei ricevimenti. Il signore della guerra con il crocefisso d’oro al collo alzò il suo sopracciglio destro, appoggiando il recipiente col saké: “Volete dirmi, maestro, che il colore di quest’uomo è naturalmente scuro come l’inchiostro, che non l’avete tinto per prendervi gioco di me? Fate attenzione, potrei spazientirmi…” Alessandro Valignano, Ispettore designato di tutte le missioni gesuite in Giappone, sedeva a gambe incrociate di fronte all’uomo più pericoloso e imprevedibile che avesse mai conosciuto. Vestito in kimono, come il resto della sua delegazione, chinò enfaticamente la testa: “Nobile signore!” L’eloquio si svolgeva in uno strano giapponese, impersonale e quasi gnomico nelle espressioni, tanto quest’ultime erano state attentamente selezionate: “Ve lo confermo. Questo giovane volenteroso è giunto presso la nostra ambasciata con l’ultima nave dei rifornimenti, assieme alle bibbie e agli abiti talari per il nuovo seminario. Secondo il racconto del capitano della nave genovese, si è offerto di seguirlo spontaneamente, fin dalla remota terra del Mozambico.” Con questa affermazione, fece un cenno all’interessato, che secondo le istruzioni ricevute precedentemente, avanzò verso il centro della scena arrancando sulle ginocchia, guardandosi bene dall’alzarsi in piedi. Quindi, s’inchinò portando la fronte fino al pavimento in tatami. “Ebbene si. Il suo nome barbarico sarebbe impronunciabile per Voi, come del resto lo è stato per noi cristiani. E poiché viene dal popolo degli Yao, i vostri connazionali hanno preso l’abitudine di chiamarlo Yasuke. Già, usando il semplice suffisso generico dei nomi maschili.” Naturalmente, come tutti coloro che rientrassero sotto la sua giurisdizione, Valignano aveva fatto battezzare l’africano. Ma non vide alcuna utilità nel dirlo, affinché l’irascibile interlocutore non sospettasse che si trattava di una spia. Neppure per un attimo, del resto, egli pensò che il simbolo portato apertamente dal sovrano implicasse una sincera conversione, quanto piuttosto un altro vezzo del suo modo di essere diverso dalla collettività. “Davvero…Molto…Interessante. Bene: Tsuda Nobusumi, nipote mio: paga generosamente il servo del nostro amico. Più tardi vorrò vederlo. E parlare con lui. Per quanto concerne il resto di questo lieto incontro, ringrazia il nostro amico italiano e salutalo per me. Bere mi ha fatto venire sonno.” Il missionario gesuita, che ovviamente era lì ed aveva sentito tutto, tirò un sospiro di sollievo. Quindi, chinò anche lui la fronte fino al pavimento.
Negli anni tra la vittoria a Nagashino nel 1575, ottenuta grazie al lampo e al tuono dei moschetti, e il il giorno della sua morte, sopraggiunta a seguito di un tradimento nel 1582, nessuno avrebbe osato negare il potere pressoché illimitato di Oda Nobunaga, il conquistatore inarrestabile sorto dalla provincia di Owari. Signore di un clan secondario, che dopo essersi ribellato ai suoi alleati più potenti, gli Imagawa, aveva sconfitto un esercito 10 volte più grande grazie all’attacco a sorpresa di Okehazama, per poi annientare i Saito di di Mino impossessandosi del loro castello (che sarebbe diventata la famosa reggia fortificata di Gifu) e piegare l’alleanza degli Azai e degli Asakura, guidata da niente meno che il consorte di sua sorella, la celebre quanto sfortunata dama Oichi. Quindi, per buona misura, avrebbe bruciato fino alle fondamenta il sacro tempio del monte Hiei, dove i monaci della lega degli Ikko-Ikki si erano ritirati a lanciargli i loro anatemi. Senza alcuna pietà, in uno stato di guerra costante, guidato dal desiderio e l’ambizione incontenibile al comando. Per un intera generazione, la situazione apparve fin troppo chiara: se mai l’ammasso di feudi costantemente in conflitto tra di loro che veniva definito Giappone sarebbe mai riuscito a risorgere come una Nazione unita in senso rinascimentale, il portatore di un simile cambiamento sarebbe stato proprio lui, dopo averlo distrutto come una reincarnazione terrena del signore dei demoni Shutendoji. Se non che, un giorno….
Nobunaga era un personaggio che odiava le tradizioni, e cosa ancor peggiore, non rispettava gli antenati. Proprio per questo, il suo più fidato generale, Hashiba Hideyoshi, non proveniva da una grande famiglia ma era un uomo del popolo, che aveva iniziato lavorando come supervisore alle opere edilizie del clan, per poi diventare portatore di sandali del suo signore. Un ruolo molto ambìto, anche dal punto di vista personale. Da lì, comandare la spedizione di 20.000 uomini del 1576 contro il clan dei Mori del Chūgoku, tra gli ultimi oppositori del nuovo ordine, il passo fu estremamente breve. E pericoloso.

Nota: l’immagine di apertura è una foto della statua del samurai Yasuke realizzata nel 2015 da Nicola Roos, artista sudafricana.

Le delegazioni dei gesuiti erano chiamate dai giapponesi Nanban (dei “barbari del sud”) e causavano spesso grande scalpore tra la gente. Considerate che all’epoca, in assenza del canale di Suez, l’unico modo per raggiungere l’Estremo Oriente era passando dall’estremo punto meridionale dell’Africa, da dove le navi si caricavano di molte straordinarie meraviglie. Si narra che nel 1979, una visita di Yasuke presso la città di Kyoto avesse causato incidenti tra la folla, tanto numerosa era la quantità di persone accorse per vederlo.

Quando fu presa tale sfortunata decisione, molto probabilmente, lui era lì: vestito in abiti preziosi, la spada corta ricevuta in dono da Nobunaga portata orgogliosamente al fianco, come simbolo del suo lignaggio guerriero. Le fonti coéve parlano di Yasuke come di un uomo estremamente attraente, alto quasi due metri ed educato, che parlava perfettamente il giapponese. Questo esigevano, del resto, le norme della missione comandata da Valignano, anche per i servitori: integrazione, comprensione, diplomazia. Il giovane africano, conosciuto dal più celebre e spietato samurai della sua epoca quasi per caso, durante una delle molte visite fatte dai religiosi alla sua corte, catturò subito la sua attenzione, ed entrò al suo servizio con la funzione di paggio, al pari del giovane Mori Ranmaru, il famoso servitore ed amico, privo di un ruolo istituzionale, che sarebbe rimasto al suo fianco fino alla fine. Come quest’ultimo, quindi, lo nominò samurai. Ora, in Giappone all’epoca non esisteva alcun tipo di discriminazione verso la gente di colore. Le statue poste a guardia dei templi religiosi erano spesso dipinte di nero e lo stesso Buddha, nelle raffigurazioni tradizionali, appariva con una simile carnagione. L’implicito insulto, tuttavia, era sempre presente: che uno straniero privo di discendenze accreditate potesse far parte di un gruppo di uomini forgiati in cento campi di battaglia, e nel contempo, ricevesse pubblicamente grandi onori dal suo signore. C’era in particolare un generale, che un tempo aveva servito sotto i Saito ed ora apparteneva al sommo consiglio di guerra, che soffriva molto di questi suoi atteggiamenti. Akechi Mitsuhide, discendente del clan dei Toki ed attraverso di loro gli stessi Minamoto (una linea di discendenza che avrebbe potuto permettergli di essere formalmente shōgun, contrariamente a Nobunaga) fu notoriamente umiliato più volte dal capo degli Oda, che lo derise per la sua calvizie, deprecò il cibo che aveva fatto preparare per un banchetto presso Gifu ed arrivò addirittura, in quell’occasione, a rompere intenzionalmente una preziosa teiera di sua proprietà. Le ragioni di questa antipatia restano largamente ignote, né del resto prive di repliche. Nobunaga era particolarmente diretto nell’esprimersi, una caratteristica molto poco giapponese, e spesso sembrava mancare di rispetto ai suoi sottoposti; lo stimato Hideyoshi ad esempio, per lui era saru, la scimmia. Ma quest’ultimo aveva le spalle larghe, nessuna preziosa discendenza da difendere, lineamenti a quanto pare oggettivamente orribili ed era pronto persino a scherzare facendo il verso del macaco, se questo fosse stato gradito dal suo signore. Yasuke, Ranmaru e gli altri paggi di Nobunaga, tra il 1591 ed ’82, osservavano ligi al dovere e qualche volta ridevano dei suoi scherzi, senza l’ombra di un solo pensiero al mondo.

Ci sono svariate retrospettive in merito a Yasuke su YouTube, ma nessuna trattazione può nascondere il fatto che in effetti, sappiamo molto poco sulla vita di quest’uomo. La sua raffigurazione soprastante è quella offerta nei videogiochi della serie Nobunaga’s Ambition, della Koei.

Quanto si sbagliavano! E quanto sbagliava lui, guerriero imbattuto su 99 campi di battaglia, a non preservare la dignità degli altri. Oggi, le ragioni della fine di Nobunaga restano poco chiare, il che equivale in buona sostanza, ad affermare che Mitsuhide abbia deciso di tradirlo per pure considerazioni di natura personale. Pensateci: l’intero flusso della storia, cambiato soltanto per un’antipatia tra due persone. E il sopraggiungere della perfetta occasione… Il fatto è che, come potrete facilmente immaginare a questo punto, la spedizione di Hideyoshi ad Occidente non stava andando per il meglio, e questi, mese dopo mese, continuava a chiedere i rinforzi dal suo signore. Alcuni ipotizzano, in effetti, che il generale non volesse vincere in un tempo troppo breve, per non aumentare l’invidia provata dagli altri verso di lui. Egli era, a differenza del sommo governante, un ottimo interprete della natura umana. Nello spostare per l’ennesima volta le sue truppe, dunque, il sommo demone si fermò a soggiornare presso l’Honno-ji, un grande tempio in prossimità di Kyoto. Con lui c’erano soltanto qualche centinaio di uomini, tra cui ovviamente, Ranmaru e Yasuke.
A quel punto, sulla strada del Tokaido, Mitsuhide si trovava al comando di un massiccio esercito da svariate migliaia di uomini e composto in larga parte dai fedelissimi del suo clan, che secondo l’etica dei samurai, non avrebbero mai potuto disubbidire al suo comando. Quindi il 21 giugno del 1582 pronunciò le famose, dannate parole: “Uomini, all’attacco! Il nostro nemico si trova all’Honno-ji!” Nella versione della vicenda narrata da Eiji Yoshikawa, autore del romanzo sulla vita di Hideyoshi, Taiko, ciò che seguì fu l’apogeo di un assoluto senso di caos. Molte delle persone che si trovavano al seguito del traditore non capirono nemmeno che cosa ci si aspettasse da loro, e semplicemente marciarono come degli automi, seguendo l’ammasso scoordinato dei loro comandanti. Giunti presso il tempio, quindi, lo diedero alle fiamme.

Il samurai Yasuke è il personaggio centrale della famosa serie di libri per bambini Kuro-suke (-suke il nero) di Yoshio Kurusu, vincitrice del premio nazionale di categoria nel 1969.

Ciò che segue, dal punto di vista del samurai nero, resta largamente misterioso. Sappiamo della fine di Nobunaga, che circondato dal fuoco e dall’acciaio impugnò arco e frecce, difendendosi strenuamente fino all’ultima opportunità di salvezza. Mori Ranmaru, sfoderando la spada assieme a una capacità di abnegazione pressoché totale, sacrificò la sua stessa vita per proteggerlo, scegliendo onorevolmente di perire con lui. Nel frattempo Yasuke, che secondo lo stesso Nobunaga possedeva la forza di dieci uomini, combatté strenuamente, facendo probabilmente svariate vittime tra le truppe degli assalitori. Quindi, contrariamente a quanto ci si potrebbe forse aspettare, riuscì ad aprirsi un varco e fuggì, sopravvivendo alla terribile carneficina. Raggiungendo a cavallo, come un latore del più terribile dei messaggi, il castello di Nijō, dove si trovava il figlio maggiore di Nobunaga, Oda Nobutada. Dove sarebbe potuto andare, quindi? Che cosa mai avrebbe potuto fare, un uomo che chiunque, in tutto il Giappone, avrebbe immediatamente riconosciuto? Il samurai rispettò l’etimologia del termine che definiva la sua classe, e continuò a servire. Finché Mitsuhide, che nel giro di pochi giorni si era già dichiarato shōgun, non scardinò le poche difese del castello, e costrinse l’erede del suo precedente signore al suicidio rituale. Eppure, anche dopo un simile terribile evento, la fortuna di Yasuke non si esaurì: considerandolo “indegno di considerazione” e un “samurai soltanto di nome” il traditore scelse di disonorarlo nella maniera più terribile. Invece di ucciderlo, lo mandò in esilio. Davvero niente male, viste le premesse…
Mentre la “scimmia” Hideyoshi stipulava una frettolosa pace col clan dei Mori, per tornare a vendicare colui che l’aveva insultato ma reso allo stesso tempo importante, già il samurai nero saliva su una nave dei gesuiti, secondo la leggenda, per fare ritorno presso la sua patria in Mozambico. Esistono persino delle teorie secondo cui egli, compiuto il lungo viaggio, avrebbe introdotto l’uso del kimono tra il popolo degli Yao. Personalmente, non ho mai visto immagini che provino questa teoria. Di sicuro, lo shock culturale dev’essere stato alquanto significativo!

3 pensieri su “L’ombra di Yasuke, grande samurai africano

  1. Hello. I’m sorry for typing this in English, but unfortunately I cannot speak Italian. I would just like to say thank you for using that first image you have used in this article. It is a photograph of a sculpture of Yasuke that I had made in 2015. It makes me happy to know that people are using images of my work to spread awareness about this most incredible individual and his legacy. I am from South Africa and it is amazing how many people internationally have engaged with my work like this. Thanks again.

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  3. Hello, thank you for seeing the article, and an even greater thank you for creating what is, in my opinion, the most interesting and fascinating image of that historical personnage. I really liked the statue at first sight! And the rest of your art, too. Kind regards.

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