Non puoi fermare la valanga dei ciclisti alpini

Megavalanche

Se c’è un insegnamento che si può trarre dall’Internet odierna delle telecamerine antiurto per sportivi, è che non esiste un contesto eccessivamente pericoloso, o un’impresa troppo inaccessibile, perché qualcuno, da qualche parte, per una ragione più o meno comprensibile, non l’abbia già affrontata e pubblicata su YouTube. Per questo, ora più che mai, il rischio va istituzionalizzato. È del tutto insufficiente, allo stato attuale delle cose, poter dire “io” ho fatto questo, per la semplice ragione che (quasi) tutto è stato già tentato, con gli alterni risultati di un successo clamoroso, oppure la mera e semplice sopravvivenza. Che in determinate circostanze, non è nulla di cui essere delusi. Vedi l’incredibile esperienza, qui offertaci nelle sue prime battute dal generoso casco del ciclista neozelandese Jamie Nicoll, di circa 300 atleti corazzati, con maschera integrale e protezioni degne del più brutale motocross, lanciati a velocità che sfiorano i 70 giù da un ripido ghiacciaio e in mezzo a rocce frastagliate. Non è certo l’ultima novità, questa folle, folle gara del Megavalanche (mega+avalanche, valanga) che anzi ha raggiunto proprio con quest’edizione del 2015 i suoi primi 20 anni d’esistenza, tra gli allori del pubblico specializzato e la quasi totale ignoranza di quello generalista. Avete voi sentito parlare, sui giornali ed in tv, del coraggio, dell’abilità e della preparazione fisica che ci vogliono per sfidare annualmente la cima da 3300 metri del Pic Blanc, in prossimità della cittadina francese di Alpe d’Huez? Fra un servizio sul caldo e un altro sulla crisi, entrambi argomenti egualmente rilevanti ma di certo assai battuti, qualsiasi giornalista potrebbe mai trovare il tempo di descrivere una corsa come questa… Ma forse, dopo tutto, è meglio così. La semplice esistenza di un evento sportivo simile, che certamente non ha la sicurezza individuale come cardine dell’organizzazione, è resa possibile dalla diffusa indifferenza, dal mito nebuloso del passaparola che rimbalza negli ambienti di settore, mentre noi mille potenziali spettatori, tra cui i critici per partito preso, non possiamo far altro che accontentarci di qualche spezzone sconvolgente.
La maggior parte delle volte lo spettacolo del ciclismo di massa è un qualche cosa di attentamente delineato, a partire da tracciati composti dal giusto susseguirsi di salite, ampi rettilinei, curve da affrontare con la giusta traiettoria. Non sembra semplicemente possibile, in condizioni consuete, far competere i grandi numeri dei suoi partecipanti senza spazi sufficientemente ampi da evitare gli incidenti di percorso. Mentre per l’intero percorso di 30 Km di questa corsa dal tragitto sempre grosso modo invariato, nel corso dei quali si affronta un dislivello di oltre 2.000 metri, tutto sembra lecito, qualunque gesto consentito. L’atmosfera può essere già chiara dal tradizionale rito d’apertura, risalente agli anni ’90 degli albori della gara. Gli atleti che si sono qualificati per il gruppo principale, posizionati sulla cima i quella che è nei fatti una delle più lunghe piste sciistiche con bandiera nera d’Europa, vengono preparati alla battaglia da un’intero repertorio di musica techno e rock selvaggio degli anni ’90, fino al culmine del brano più famoso della band pseudo-satanica tedesca dei 666, dal titolo di Alarma (1997) al termine del quale, come da prassi, ci si posiziona in attesa trepidante del segnale di partenza. La Megavalanche potrebbe essere definita, nelle parole del partecipante all’ultima edizione Michael Hayward, come una grande livella, che terrorizza nello stesso modo l’ultimo arrivato, come il più abile e consumato dei professionisti. Questo innanzi tutto per la chiara difficoltà del suo tracciato, ma anche e sopratutto per una problematica più specifica dell’occasione: ovvero, parti primo, arrivi primo. Oppure sarai calpestato dall’ondata dei colleghi senza freni, inibitori o d’altro tipo.

Questa ultima edizione della Megavalanche, tra l’altro, non è certo spiccata per la quiete e la serenità. In quella che potrebbe definirsi una delle sequenze d’apertura più travagliate di sempre, molti dei partecipanti tra cui il nostro avatar videografico Nicoll sono subito finiti contro la banchina ed il recinto laterale, rallentando di scatto, mentre altri rotolavano direttamente a terra, travolti dalla massa collettiva che deviava verso il centro della pista per accelerare. A quel punto i sopravvissuti, per così dire, hanno imboccato la sezione più ripida del ghiacciaio del Pic Blanc, dove la strada si fa stretta e tortuosa, eppure sempre velocissima. Peccato che qui, a differenza di quanto avvenga nella maggior parte dei casi, la neve fosse stata in parte consumata dal caldo anormale di questi ultimi giorni, consentendo l’affioramento inappropriato di ogni sorta di ostacolo sulla pista, tra cui le temutissime baby heads, ovvero pietre dalle dimensioni approssimative della testa di un neonato, perfettamente cesellate dagli agenti naturali per costituire l’equivalente ciclistico di una trappola per orsi. Per questa ed altre ragioni non sono affatto pochi, anche in questa sezione, i partecipanti della maratona su ruote che si ritrovano a mangiare il suolo, dopo bruschi capitomboli dalle conseguenze niente affatto trascurabili. Jamie Nicoll ad ogni modo, che vanta un’esperienza nell’enduro pluri-decennale ed un passato di survivalismo estremo (nel 2010 continuò a correre, nonostante un’incidente che lo lasciò gravemente ustionato) dimostra anche capacità di guida superiore, mentre evita tutto e tutti, riuscendo a rimanere saldamente sul sellino.

Megavalanche Best Of
Ogni anno, i partecipanti alla Megavalanche superano i 2000, mentre soltanto i migliori riescono a raggiungere la linea del distante traguardo in meno di un’ora.

Finché le cose iniziano a farsi davvero troppo difficoltose, persino e per lui. Perché alquanto stranamente, a differenza degli anni passati, molti dei 300 ciclisti partecipanti all’evento continuano a cadere, per l’intero corso della sequenza registrata a nostro beneficio. Sembra di assistere alla scena di un film, mentre letterali dozzine di malcapitati capitombolano da una parte all’altra, poi si rialzano, inforcano la bici e continuano a dare il proprio contributo all’assoluto maelstrom della situazione. Ad un certo punto, presso un punto relativamente largo della pista, uno dei concorrenti scivola a terra proprio davanti alle ruote del nostro protagonista, che suo malgrado non riesce ad evitarlo. L’impatto, per quanto visibile dalla telecamerina in questo caso collocata in posizione non esattamente ideale, pare alquanto significativo, mentre già l’inquadratura si alza a riprendere i distanti seggiolini della funivia, facenti in questo caso le funzioni delle classiche stelline in pieno stile Hanna-Barbera. Ma non c’è tempo neanche di fermarsi a pensare, mentre già il neozelandese si appresta riprendere la sua folle corsa fin giù verso il traguardo.
Cercando online, tra le pagine del portale specializzato PinkBike, è possibile trovare alcuni commenti alquanto critici di questo suo comportamento, decisamente poco in linea con il codice stradale di noi umani al volante. Tra i partecipanti alla discussione, proprio l’utente Blackearthprod, alias Mathieu Ruffray, l’uomo travolto in questione (che sta fortunatamente bene) e descrive il comportamento del collega (alquanto comprensibilmente) come “piuttosto anti-sportivo”. E sarebbe anche in effetti auspicabile, in diverse circostanze, quest’immagine del ciclista che colpisce accidentalmente un concorrente in difficoltà e si ferma subito per aiutarlo, sacrificando il proprio risultato personale. Ma anche tralasciando il ruolo dell’adrenalina in tutto questo, che fa perseguire ad ogni costo l’obiettivo messo sopra un piedistallo, ve lo immaginate il pericolo a fermarsi, lasciare la bici e risalire qualche metro in questa condizione? Con letterali dozzine di macigni umani che vi sfiorano tutto attorno? Credo che sarebbero stati davvero in molti, a fare la stessa scelta di Nicoll. In fondo, persino in una gara tanto sregolata, la squadra di soccorso non doveva essere poi tanto lontana.

Megavalanche Qualifier 2010
Una ripresa in prima persona dell’intera sessione 10 delle qualifiche del 2011. Soltanto i migliori 25 di ciascun gruppo saranno inclusi nella gara principale dei professionisti, mentre i rimanenti dovranno correre nel gruppo amatori, generalmente molto meno affollato.

E il video, purtroppo, non va molto più avanti. Ancora una volta dovremo accontentarci dei racconti di seconda mano, mentre soltanto stazioni tematiche o locali, oppure canali in streaming pressoché sconosciuti, dedicano uno spazio anche minimo agli eventi sportivi fuori dalla sacra triade italiana: calcio, ciclismo (ma soltanto quello tradizionale) & motori a due o più ruote. Possiamo comunque giungere a prendere atto, sempre grazie allo strumento di Internet, che il vincitore di quest’anno è stato il francese Rémy Absalon, con un tempo di 40’54, seguito da Lapeyrie (41’33) e Barelli (41’41). Mentre il nostro amico Nicoll dalla fedele telecamerina, nonostante il clamoroso capitombolo, si è aggiudicato un rispettabilissimo settimo posto, con il tempo poco superiore di 42’32. Notevole soprattutto quando si considera che proprio lui è stato l’unico, tra tutti i ciclisti partiti in un gruppo di qualifica successivo al primo, ad arrivare comunque entro la trentesima posizione.
Un’ottima prestazione senza alcun dubbio, che riconferma ancora una volta le capacità di questo eccellente atleta, già vincitore dell’edizione del 2014 della Mountain of Hell, una corsa simile tenuta presso la località sciistica di Les Deux Alpes, e che lo aiuta a mantenere aperto un futuro di ulteriori notevoli traguardi, nonostante i molti infortuni e i suoi trascorsi travagliati. A questo punto, direi, non possiamo fare altro che seguirlo attraverso i resoconti dei portali di settore, o ancor meglio, ricercarlo occasionalmente tra i canali di YouTube. Chi produce un incredibile video-racconto come questo, difficilmente poi accantona il suo obiettivo digitale…

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