L’uomo dei motori fa una nuova miniatura

Patelo

E questa volta, Patelo, ti sei superato. Non 6, 12 o 18 cilindri ma addirittura 32, ciascuno lungo quanto un fiammifero, ma pur sempre estremamente conduttivo a quella voglia ed il suo scopo di partenza, la Potenza. Trasformazione di uno stato neutro verso l’energia: un artista che lavora, per giorni, settimane o mesi, all’assemblaggio manifesto della sua immaginazione. E a un certo punto giunge, sul passaggio ennesimo del suo rasoio mattutino, a poter sentire quel vagito ripetuto, leggermente sferragliante, di un complesso meccanismo eppure semplice, per lui. La continua manifestazione di quel passatempo e nel contempo, la passione di una vita: per i motori di marina, prima, e quelli per gli gnomi inesistenti di Galizia, adesso e chissà fino a quando. È per certi versi conforme allo stereotipo del pensionato, José Manuel Hermo Barreiro detto Patelo, famoso su Internet come il costruttore del motore V-12 più piccolo del mondo, creato dall’assemblaggio puntiglioso di una lunga e variegata serie di minuti componenti. Però e questo è soprattutto il bello, lui non visita negozi del settore modellistico, per comprare e/o far venire dalle fabbriche lontane ciò che avrebbe poi impiegato successivamente. Bensì indossa, di persona, la sua tuta da lavoro di un profondo azzurro cielo. E ogni giorno puoi trovarlo, lì nell’officina, che lavora al tornio verso il prossimo soggetto dell’inarrestabile creatività. Bronzo, acciaio e ferro, scolpiti minuziosamente verso il limite di tolleranze microscopiche, tanto inferiori vista la necessità di fare il tutto in scala. Ne ha messi a punto e poi sfoggiati molti, negli anni, ciascuno ben documentato sul canale YouTube di Yesus Wilder (un figlio? Un nipote?) Facendo per ciascuna volta incetta di centinaia di migliaia di visualizzazioni, fino al record notevole di 8 milioni di persone che in qualche maniera, forse per sentito dire, hanno deciso che era giunta l’ora di vederla pure loro. La meraviglia senza tempo, l’insieme di componentistica perfezionata fino a un tale punto che, introdotta l’opportuna spinta, può tenere in equilibrio una moneta sopra il corpo della macchina(ina).
Ma il tempo scorre e sovrappone ai limiti presunti l’onda di un continuo e inarrestabile miglioramento. Così Patelo lo ritroviamo giusto la settimana scorsa, dopo un lungo periodo di preparazione, mentre rende pubblico il suo ultimo capolavoro; senza ombra di dubbio il modellino più sofisticato della sua carriera-dopo-la-carriera: 850 pezzi fatti a mano, 632 viti e bulloni e 2520 ore calcolate di lavoro, per una cilindrata finale di “appena” 47,5 cm, eppure, chissà quanti cavalli potenziali? Se soltanto si potesse prendere questo dispositivo ed inserirlo in un veicolo di qualche tipo, si giungerebbe assai probabilmente a nuove conclusioni sull’allometria applicata al mondo delle cose inanimate. Lo studio del rapporto che esiste tra dimensioni di un sistema, la sua forma e il modo in cui si muove: esiste infatti un limite, ben definito dalle leggi della fisica, su quanto può essere forte o veloce un piccolo organismo biologico; ma che dire, del resto, di una simile creazione, fine frutto del cervello e delle mani degli umani…

Con quattro monetine, per un totale di 8 centesimi di Euro, tenuti saldamente in bilico sopra altrettanti coperchietti dalla sfolgorante cromatura. E non è per dire, ma già soltanto il gesto di porli in tale posizione, su di una superficie chiaramente scivolosa e pur convessa, non sarebbe proprio facilissimo. Figuriamoci far stare ferme quelle cose, sopra un intero meccanismo in grado di spingere innanzi un micro-mega yacht! Nessun tremore tranne quello del mio cuore…

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Ecco che nel suo salotto, vagamente reso nautico con l’apporto a parete di remi e timone, albergano tutti quei motori tratti innanzi per le telecamere visitatrici. Simboleggiano, con le loro basi in radica, il desiderio e la voglia di creare e fare cose nuove, superando ancora una volta le aspettative di un vasto pubblico letteralmente sconosciuto… (Lui stesso afferma di non aver mai usato Internet). La dichiarazione motivazionale fatta in questa intervista rilasciata per il canale spagnolo La-Informacion è piuttosto sintomatica di quale sia il suo sentimento di partenza. Patelo non si considera un uomo “paziente” ma anzi, riconosce tranquillamente di aver provato, per ciascuna delle sue opere meccaniche, un istantaneo senso dell’anélito ulteriore, il bisogno subitaneo di vederle già completate nel momento in cui apponeva l’ultimo tratto sulla carta. Impiegare 200 o 2.000 ore per un’opera, se ti diverti, fa davvero poca differenza.
I mini-capolavori di Patelo, benché conformi ai metodi produttivi dei loro modelli ispiratori, non vengono mai fatti funzionare a benzina. Ricevono piuttosto, tramite l’apporto di un pratico tubo di gomma, la spinta di un getto d’aria compressa, sufficiente per indurre il modo cavalcante di tutti quegli entusiasti pistoni, il sollevarsi alternativo delle bielle, lo scostamento delle valvole che sono parte dell’insieme. La prima ragione dichiarata è alquanto significativa: lui, che si considera un divulgatore, ha iniziato a costruire questi accurati modelli con lo scopo dichiarato di vederli un giorno nelle scuole, affinché contribuiscano a ricostituire una passione ormai dimenticata per la semplice manualità. E sarebbe stato dunque inopportuno, a suo parere, contaminare il meccanismo con il fuoco e le sostanze chimiche nocive, usate invece nei motori veri. Un po’ come un costruttore di aeromodellini della seconda guerra mondiale, che mai e poi mai si sognerebbe di sostenere la guerra in quanto tale, eppure apprezza quelle macchine per ciò che veramente sono: un trionfo innegabile d’ingegno e di tecnologia.

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Il motore più piccolo realizzato da Patelo ha 12 cm cubi di cilindrata, un diametro del cilindro di 11,3 mm, una corsa dei pistoni di 10mm. È stato costruito in acciaio, alluminio e bronzo.

Patelo parla con fare nostalgico degli anni passati nella marina militare, e in particolare ricorda a La-Informacion di un aneddoto vissuto in gioventù. Di quando, salpando a tarda notte dal porto della Coruña, zona nord-occidentale della Galizia, fece parte di una spedizione nell’Atlantico diretta fino al porto di Gran Sol: seguì allora un’intera settimana di navigazione a velocità ridotte, in mezzo alla tempesta: “Bang, bang, bang, ci avevano dato per persi in mare, i telefoni non funzionavano.” Un’esperienza, a quanto ci dice, indicativa dei cinque anni che seguirono, un susseguirsi di tribolazioni e traversie. Eppure, si percepisce chiaramente, non può tornare con la mente a quell’epoca della sua gioventù senza un senso di profonda nostalgia.
Di quando era ancòra certo che facendo carriera, prima o poi, avrebbe portato a termine la sua grande opera donata al mondo: il motore di un intero transatlantico, concepito attraverso metodi in qualche maniera rivoluzionari. E chissà dove saremmo, adesso, se qualcuno gliene avesse dato il modo! Ma se c’è una linea terminale impossibile da superare, questa è il cambio generazionale. Ed a ciò servono giocattoli così straordinari: per formare le nuove menti tecniche del mondo. Mentre i cilindri di metallo da incorporare nelle macchine, quelli si, sono praticamente infiniti. Basta averne il desiderio.

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