Sabbia che squittisce sotto il peso dei tuoi piedi

Squeaky Beach

Australia, Wilsons Promontory, Squeaky Beach. Su YouTube si affollano le testimonianze di persone, armate di videocamera, che sono rimaste colpite dal curioso fenomeno auditivo di questo celebre luogo. Come centomila topi nascosti che ti chiamano insistentemente, mentre tu procedi verso il mare e a un certo punto finisci per chiederti, inevitabilmente, sono io, che ho le allucinazioni? Ecco…Ad inoltrarsi a piedi scalzi sulla spiaggia, durante un dì di Sole flagellante, c’è sempre un’ottima ragione per sperimentare un’esperienza trascendente. Di variabile entità e possanza. Quando timidamente sfori dallo spazio dell’asciugamano, tanto per provare, oppure appoggi la tua mano e senti freddo quel terreno e allora dici: “Ok, vado a prendermi un cremino!” E cammini, cammini, senza scarpe tanto: “Cara, non c’è nessun bisogno, sono appena 35 gradi!” Finché gradualmente, un po’ alla volta, si modifica la situazione. Hai lasciato da un minuto l’ombrellone (un punto scuro, che già scompare all’orizzonte) e ancora non riesci a ritrovare il chiosco dei gelati. Pensa, dove diamine l’avevo visto? E sbrigati. Che sotto le piante anatomiche all’estremità delle tue gambe, mentre perdi tempo, sta crescendo la temperatura. Il bagnasciuga, imbevuto di quell’acqua che produce temperanza, è ormai un piacevole ricordo. Sei sulla graticola, signore mio. Ecco, inizia l’ora del supplizio. Uno, due, dieci dita che sobbollono tra i grani arroventati. Un tallone torrido e bruciante. Il tuo metatarso te lo dico, astra-galo, che s’è già cotto. In quel mentre, quasi spontaneamente, si apre la tua bocca ed elabora questo fonema che preannuncia gravi e pregne imprecazioni: “FFFFFFFFFFFFFFFFFFFF—” [Così rispondono le voci sotterranee: squeak, squeak, sque-queak].
La sabbia intrappola il calore, cosa c’è di strano… Immaginate tutte queste rocce, in grande numero, che formano pendici di montagne millenarie. Pensate al modo in cui, con il procedere degli anni, inesorabilmente rotolano verso il suolo. Sempre più piccole, fatte a pezzetti dalla forza immane della gravità. E infine giacciono, per valli ripide, dove il vento s’incanala e senza posa soffia, per erodere le cose prive di uno spirito vegetativo. Quando non c’è crescita, nella natura come nelle gesta degli umani, ad un certo punto sopraggiunge l’entropia. Finché le pietre rotolanti, di massiccio conservano solo il ricordo. Restano i granuli, presto lavati via, dal primo influsso della pioggia. Così l’acqua passa e porta via quel materiale. Ma tutto il fluido della terra, come è noto, scorre verso un’unica possibile direzione, ovvero in basso. E sfocia infine dentro a un grande calderone, l’acqua senza fine dell’Oceano.Così si mescolano quei due princìpi contrapposti, prolifici ed erranti. Ciò che resta è un suolo puro, finissimo, la sabbia che da quando esiste è priva di erba, alberi o cespugli. Ma fertile comunque, perché ricca di vita e pronta, inesorabilmente, a ricevere lo sguardo infuocato del dio Helios, l’astro celeste per sua massima eccellenza. Ed è allora, forse per cantare lode a lui, che la sabbia intrappola pure il rumore dei solerti roditori, squeeeak.

Un ritmo strano, carico di sottintesi mistici e pericolosi. Diceva Marco Polo nel Milione:

Egli è vero che, quando l’uomo cavalca di notte per quel diserto, egli aviene questo: che se alcuno remane adrieto da li compagni, per dormire o per altro, quando vuole pui andare per giugnere li compagni, ode parlare spiriti in aire che somigliano che siano suoi compagnoni. E più volte è chiamato per lo suo nome propio, ed è fatto disviare talvolta in tal modo che mai non si ritruova; e molti ne sono già perduti. E molte volte ode l’uomo molti istormenti inaria e propiamente tamburi.

Singing Sands

Come nel presente video girato in Marocco di Stéphane Douady, documentarista, le sabbie del Taklamakan lungo la Via della Seta, il deserto visitato dal nostro ancestrale viaggiatore, erano soggette al fenomeno del canto delle dune. Che non è semplicemente, come vorrebbe lo stereotipo, il sibilo del vento tra le forme del territorio, ma il suono dei granelli e di null’altro, che rotolando verso il basso, rombano e sembrano strumenti musicali d’altre dimensioni del creato. Marco Polo li paragonò alle voci di spiriti maligni, che imitando il suono prodotto dai suoi compagni di viaggio lo chiamavano per nome, tentando di sviarlo e farlo allontanare dalla carovana, verso…
Il fenomeno, dal punto di vista scientifico, non è dissimile da quello tanto spesso sperimentato presso la spiaggia del Wilson Promontory, in Australia. Esistono tre condizioni, affinché la sabbia sia in grado di guadagnarsi al sua querula voce: 1- Ciascuna particella deve misurare tra lo 0.1 e lo 0.5 mm di diametro, con precisa regolarità. 2-Il suolo deve contenere una sufficiente percentuale di silice, anche detta anidride silicica 3-È necessario che l’umidità della sabbia sia ad un livello particolare, variabile a seconda della situazione di contesto. E per fortuna! Altrimenti tutti gli ambienti sabbiosi del mondo produrrebbero quel suono insistente e fastidioso. Allora, dove sarebbe la gioia di sentirlo? Come ampiamente dimostrato dagli studi di un rinomato ricercatore dell’Università di Parigi, Bruno Andreotti, i granuli del Sahara Atlantico, uno dei luoghi in cui il suono è maggiormente diffuso, raggiungono a volte la velocità ragguardevole di 40 metri al secondo, producendo un rombo simile al motore di un aereo, udibile da oltre 10 chilometri di distanza. Il ruggito, al contrario dello squittire della spiaggia australiana, presenta inoltre un tono molto basso, che oscillerebbe tra i 95 e i 105 Hertz.
È curiosa la maniera in cui un fenomeno come questo, tutt’altro che raro dal punto di vista fisico, diventi per alcuni luoghi tanto caratterizzante. Le squeaky sands, come vengono definite in lingua inglese, sono presenti in almeno 33 spiagge dell’Inghilterra, e in un numero imprecisato di località nordamericane site sull’Oceano Atlantico. La sabbia canta pure a Souris, sull’Isola del Principe Edoardo, presso il più remoto e freddo Canada, su a nord. Eppure ciascuno dei luoghi coinvolti è inerentemente convinto di avere il suo verso di riconoscimento unico e prezioso, senza pari nell’intero mondo emerso. Alcune spiagge fanno il verso dei topi, altre abbaiano, talune, addirittura, miagolerebbero felici. Chissà qui in Italia, che verso faranno!
Ma forse l’esperienza migliore resta quella fatta dal sopra riportato Stéphane Douady e da chi come lui, per sua fortuna, ha avuto l’occasione di salire sulla cima di una duna, nell’assoluto silenzio. Neanche un cammello all’orizzonte. Per adagiarsi, allargare le gambe nella figura di una V e discendere, prosaicamente sul sedere, fino a valle. Accompagnato da quell’insistente riecheggiare di un clamoroso “FFFFFFFFFFFFFFFFFFFF—“

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